La fase nuova che serve al PD

In queste settimane si è parlato molto della necessità che il Partito Democratico scelga il suo segretario direttamente nei gazebo (come piace questa immagine) e non in Assemblea dove, si racconta, prevarrebbero le correnti e altre poco nobili realtà (quasi una manina misteriosa). Addirittura sarebbe un pezzo del DNA del Partito ad essere minacciato.

Premesso che il meccanismo di scelta del segretario prevede sin dall’inizio il voto dell’Assemblea, sul modello della scelta del candidato Presidente negli Stati Uniti. Piuttosto è su questo che varrebbe la pena di discutere (la connessione tra segretario e Presidente del Consiglio) considerato che di fatto quella regola è stata sempre aggirata. Discussione questa che si poteva ben realizzare in un’apposita commissione che era stata a questo designata e che è stata mandata in vacca con dichiarazioni alla stampa e alzate di scudi, come ormai da tempo accade su tutto, nello scenario dominante di tifoserie una contro l’altra armata. Questo mi pare il vero e attuale problema del PD, anche esso ben poco nobile e molto più reale delle consorterie misteriose che vengono spesso a sproposito evocate.

Il nodo a mio parere è proprio questo. Ed è un nodo di cultura politica. Che chiamerei il Populismo che è dentro di noi.

Non si può essere alternativa credibile nel Paese se non si è radicalmente diversi rispetto a un pensiero dominante che vede l’altro, quale esso sia, come nemico.

Radicalità che ricordo etimologicamente significa una centralità delle radici.

Questa è la vera sfida rifondatativa del PD, che proprio perché si caratterizza per quell’aggettivo, Democratico, deve mettere al centro l’elemento distintivo, la differenza specifica della democrazia, che non è che la maggioranza “vince” ma che le minoranze hanno spazio, voce in capitolo, rilevanza nel costruire un percorso comune. Il valore della Sintesi.

E questo vale tanto dentro il Partito quanto nel Paese, così come nel mondo.

La vera alternativa è riscoprire l’altro come valore. E quindi abbandonare questo pensiero machista (e maschilista). C’è una concezione del potere come Dominio che va superata. E per prima cosa va superata dentro il PD.

In Politica non si vince. In Politica si raccolgono consensi su un progetto, su idee e valori. Anche fossero l’80% si deve essere interessati alle ragioni contenute nel restante 20%. Non è vero che chi ha la maggioranza ha ragione. Per questo la cultura del 51% è deleteria. È un male del nostro tempo.

Dobbiamo scegliere se ci serve una guida o un capo. Se vogliamo l’uomo forte o le idee forti. E, senza scomodare Gramsci o anche le riflessioni di Berlinguer sul Cile, potremmo fare di questo passaggio congressuale il momento in cui restituire dignità al valore del compromesso e della sintesi.

Il grido unità che da sempre echeggia e che troppi strumentalizzano non è omologazione o pensiero unico ma appunto sintesi, che responsabilizza tutti. Come ha brillantemente scritto qualcuno: imparare a litigare meglio.

Allora ben vengano tante candidature che rendono utile il passaggio tra gli iscritti previsto dallo Statuto e ben vengano tre candidature forti che potrebbero portarci in Assemblea a fare lo sforzo di fare sintesi e a rendere l’Assemblea degna del suo ruolo. Perché chi dice che il valore sta tutto nella scelta tra A e B e nel voto dei gazebo sappia che sta dicendo che iscritti, circoli e l’assemblea stessa non servono a un piffero. E non c’è nulla di più pericoloso in democrazia che ridurre i passaggi elettorali e i luoghi della rappresentanza a pura forma. Una democrazia ridotta ad estetica e a formalismo, come sta avvenendo in grande parte del mondo e purtroppo anche nel nostro Paese, anche e soprattutto nei confronti del Parlamento, ma altrettanto dei Consigli Regionali e Comunali. 

La vera alternativa per il Paese, di cui il PD deve farsi portatore è questa. Una nuova dimensione della Comunità, che è appunto mettere al centro la parte dell’altro che riesco a trovare dentro di me. Da qui deriva anche un’idea inclusiva che combatte l’egoismo e l’individualismo dominante, che emerge se si ragiona di migranti, di pensioni, di investimenti sociali o culturali. Un sovranismo che innalza a valore il concetto di confine, confinando ognuno in se stesso, in categorie strette e immobili. Ma fu proprio dai confini, dai confinati, che nacque il riscatto democratico ed europeista che era per sua stessa natura sconfinato. Questa è la rotta, il sentiero stretto che dobbiamo percorrere. Un’idea di sicurezza che non è individuare un nemico da eliminare ma ritrovare i legami che ti permettono di pensare che fuori dalla porta c’è un aiuto e non una minaccia e per questo è un bene lasciarla aperta. Personalismo e comunità, il meglio delle grandi culture popolari del novecento. Che comportano anche una centralità del rapporto uomo ambiente, una dimensione realmente ecologica e sistemica. Questa la differenza che, siccome riguarda il dentro e il fuori, il come essere comunità e Partito e, insieme, l’idea di società che comporta e che si propone, può rendere il nostro percorso congressuale di qualche interesse e di qualche utilità per il Paese e persino per l’Europa. Diversamente lo ridurremo all’ennesima deriva plebiscitaria, una tendenza da contrastare con ogni mezzo, andando in direzione ostinata e contraria.

È anche per queste ragioni che ho convintamente creduto nell’opportunità della candidatura di Maurizio Martina, al taglio plurale che si è deciso di darle, alla radicale discontinuità di metodo che introduce che diventa una utile e necessaria discontinuità di merito e sono convinto che tanto più sarà condivisa e sostenuta in maniera libera e partecipata tanto più potremo davvero aprire una fase nuova.

 

Roberto Rampi

Senatore PD

ilDubbio 5 Dicembre 2018

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