Libertà è partecipazione

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- Perché secondo me è sempre sbagliato non partecipare al voto -

La cronaca di questi giorni ci consegna un passaggio parlamentare sulla delega sul lavoro che ha assunto un significato simbolico ben oltre la sua reale portata. Ma il tema della non partecipazione al voto non è nuovo, e vorrei provare ad accennare una riflessione pacata - anche se non va di moda - su questo, nel massimo rispetto del travaglio di chi matura le proprie scelte e le proprie azioni e fa i conti con la propria coscienza e la propria storia, di chi davvero si è messo in discussione, ci ha ragionato, non ha fatto una scelta di comodo in un senso o nell'altro e non ha badato solo a piccoli ritorni di visibilità.

Potrei portare delle ragioni "etiche" che pur sussistono e che riguardano il dovere del voto, il dovere di assumersi una responsabilità, il rispetto per gli altri che lo fanno e che di fatto vengono così lasciati soli ad assumersi anche quella di chi decide di non esserci. Ma ritengo più importante guardarla da un altro angolo di visuale. La nostra è una Repubblica parlamentare. La sua natura parlamentare si realizza nel fatto che, nonostante le fesserie che si dicono e si leggono, il Presidente del Consiglio dei Ministri non è eletto dai cittadini, mai, non deve esserlo, ma è espressione di una maggioranza parlamentare via via determinata dall'esito elettorale. E così il programma e il mandato di governo non è quello delle elezioni, presentato dalle singole parti che si sono proposte, ma è quello che si concretizza in parlamento, con le linee programmatiche, via via che si determinano le maggioranze. E nel determinarsi concreto di maggioranze e minoranze a inizio legislatura si determinano le commissioni e i diversi ruoli, con regole che garantiscono, da un lato, i diritti dell'opposizione di vigilare, proporre, intervenire e, dall'altro, il diritto dovere della maggioranza di governare. Della maggioranza parlamentare attraverso il suo Governo, che le appartiene in un rapporto di fiducia che via via si rinnova. Per questo il dovere di chi sta in maggioranza è quello di garantire i numeri al Governo e di sostenerlo. Può non piacere a qualcuno ma è innanzitutto così. Certo esiste lo spazio, e ampio, di intervenire sui provvedimenti, prima nella loro fase di preparazione ed elaborazione, poi nella discussione in commissione, partecipando assiduamente al lavoro parlamentare, e infine con gli emendamenti.

Anche su un piano più profondo poi, a mio parere, va chiarito che, a meno di non sentirsi detentore di una Verità rivelata, dopo aver contribuito alla discussione, aver portato e sostenuto le proprie argomentazioni, aver partecipato a riunioni di gruppo e di commissione - se davvero si è fatto tutto questo e la propria convinzione non ha prevalso - forse è giusto assumere che potrebbero anche aver ragione gli altri e che, comunque, all'interno di una comunità arriva un momento in cui matura una posizione collettiva, appunto, comunitaria. Non parlo di disciplina, una parola che non sento mia. Ma di senso di appartenenza. Se tutto questo è vero ne deriva che il dovere di un parlamentare è incidere concretamente sul processo, dare il massimo contributo ai provvedimenti anche facendo tesoro di tutta la rete di relazioni territoriali di cui ognuno dispone, costruendo un confronto continuo. Non è quello di fare testimonianza, di compiere atti che hanno una valenza esclusivamente mediatica, comunicativa.

La deriva della politica, e non solo di essa, verso lo spettacolo, in corso da anni, spinge sempre di più ad un'attenzione, che ritengo perversa, alle proprie azioni mediatiche piuttosto che alla propria attività concreta. Ma, in quel caso, si tratta di un mestiere diverso. Se poi si sente di non appartenere più a una comunità o ad una maggioranza bisognerebbe prenderne atto. Perché le proprie opinioni e individualità sono ricchezza in un collettivo se, partecipando alle decisioni, le modificano e se diventano parte di un cammino che si conclude insieme con una decisione collettiva e un'assunzione collettiva, nella buona e nella cattiva sorte, degli esiti di questo processo.

Mi piacerebbe si riflettesse su questo, senza polemica, senza personalizzare, senza, come è di moda, cercare seconde letture o banalizzare. Stiamo ragionando, davvero, del futuro della Politica. Se si svolgerà nella rete, nei salotti televisivi, sulle prime pagine, sui rotocalchi, se sarà slogan, misura continua del consenso o se ci sarà, invece, uno spazio per il confronto di merito, per il lavoro di gruppo, silenzioso forse, forse a volte persino noioso, ma sostanziale. E questo va oltre l'Aula della Camera, coinvolge tutta la Politica, il Sindacato, il Partito, i Consiglio Comunali e Regionali. Forse riguarda persino il nostro modo di stare nel mondo. Oltre la Politica. O meglio della Politica che è in ogni nostro gesto, in ogni nostra scelta.

Sei libri, sei film, sei canzoni, sei scelte per conoscerci meglio.

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