Popolari o populisti?

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Solo tre generazioni fa, quella dei nostri nonni, i livelli di istruzione e scolarizzazione erano molto molto più bassi. Senza contare i dati sull'accesso ai teatri, ai cinema, ai libri, la diffusione delle biblioteche domestiche o pubbliche. Ma la cultura non è certo solo istruzione. E men che meno erudizione.
La grande differenza, a mio parere, tra quella generazione e la nostra, era la consapevolezza dei propri strumenti, e quindi dei propri limiti. E della fatica necessaria per superarli. Una distanza, uno iato, un baratro la cui consapevolezza non significa necessariamente fermasi, anzi, ma trovare le risorse, fuori e dentro di sé, per andare oltre.
Mi pare che questo sia il punto, e che oggi, insieme a dati per niente rassicuranti sui consumi culturali e sui livelli di scolarizzazione, sorprende, o almeno dovrebbe sorprendere, l'abbondanza di tuttologi che di volta in volta si manifestano, offrendo al mondo, con il contributo decisivo della piazza virtuale, le proprie sentenze sulle questioni internazionali, sui grandi temi della vita e della morte, sulle politiche di sicurezza e legalità. Pare che sia saltato proprio il senso del limite che secondo molti autori è forse il dono più importante che la cultura ci consegna.
Viene alla mente quel passaggio in cui Antonio Gramsci spiega con efficacia e semplicità che se chiedessimo a chiunque di tradurre un brano dal cinese ci prenderebbe per pazzi o addirittura si sentirebbe preso in giro, ma che la stessa persona non avrebbe problemi ad argomentare su temi di cui non ha alcuna nozione in più rispetto alle lingue asiatiche.
Io credo che qui vi sia uno snodo non solo tra una cultura politica progressista e una conservatrice, ma anche tra una cultura popolare ed una elitaria, e, cosa forse più importante, tra una cultura politica popolare ed una populista.
Il conservatore infatti argomenterà che bisogna prendere atto di quella distanza che è un dato strutturale, l'elitario che per questo il popolo deve essere guidato da chi ha gli strumenti per farlo. Cercando così entrambi di fermare i più sull'orlo di quel baratro, ma anche di fatto di lasciarceli.
Il populista, cosa che e avviene ogni giorno, negherà che esita il baratro, incoraggerà ognuno a compiere il salto lasciandolo precipitare rovinosamente.
Compito di una cultura politica popolare e progressista è invece quello di sviluppare la consapevolezza dello iato, della portata del salto, degli strumenti necessari per compierlo, incoraggiando tutti e ciascuno e provando a dare ad ognuno gli strumenti di cui ha bisogno. Si tratta di un compito gravoso di consapevolezza ed emancipazione. Che passa per l'istruzione e per la diffusione della cultura.
E proprio la sfida tra popolari e populisti mi sembra quella che oggi interessa l'Italia, l'Europa, il mondo intero. Non è che dove c'è un agglomerato persone, un sentire diffuso allora là ci sia il popolo. E soprattutto stare con il popolo non significa inseguire qualunque sentimento, anche il più retrivo.
La differenza tra popolari e populisti sta proprio tra chi liscia il pelo al popolo, e chi sta con il popolo, per il popolo e al servizio del popolo a svolgere una funzione utile, che non si limiti a quella del megafono, ma ad individuare soluzioni, ad aprire percorsi, a tracciare sentieri magari fino a quel momento non percorsi. Si tratta, a mio parere, della missione fondamentale di un grande partito popolare e progressista per costruire una democrazia autentica nel tempo della modernità.

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