Gramsci nell'era della comunicazione globale

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Belem: 10 Settembre 2007
Intervento al “Colóquio internacional Gramsci na Amazônia: 70 anos de pensamento vivo” 
 
GRAMSCI NELL’ERA DELLA COMUNICAZIONE GLOBALE

Buona sera a tutti. Ancora grazie per l’opportunità di essere qui e per avermi permesso di conoscere una realtà bella e interessante come questa città, questo Brasile non stereotipato, questa Amazzonia che tanto ci fa riflettere. Un particolare ringraziamento va a Heloísa Bellini e alla Casa degli studi italiani che ha dimostrato anche con questa iniziativa di svolgere un lavoro importante e a 360° gradi per tutta la comunità di Belém e paraense. I numeri significativi di partecipanti a questo Colloquio sono la risposta piu significativa al lavoro culturale che questo centro di cultura svolge all’interno dell’Università Federale del Pará. Vorrei ancora ringraziare la vostra organizzazione che ha voluto dedicare uno spazio così significativo ad Antonio Gramsci qui in Brasile. Credo che questo sia di per sé già oggetto di riflessione, infatti è noto l’interesse e l’attenzione del mondo politico, culturale e della ricerca latinoamericano per l’opera del grande intellettuale italiano. Un’attenzione che, purtroppo, devo dire non è così viva oggi nel suo Paese e questo è un primo elemento di riflessione. Non posso fare a meno di notare come oggi il sud e il Centro America, quella che noi europei amiamo chiamare America Latina sia il cuore di un grande laboratorio politico. Qui da voi, in questa parte del mondo, si sta pensando e agendo la democrazia del futuro, una democrazia che deve fare i conti con i grandi numeri di questi Paesi e che incontra lungo la sua strada la necessaria educazione delle masse, lo sviluppo di una cultura popolare nel senso più ampio del termine, lo sviluppo di quegli strumenti culturali necessari a combattere il populismo e il trasformismo di cui si è discusso anche in questi giorni. A mio modo di vedere su questi temi Antonio Gramsci ha lasciato a noi attraverso i suoi scritti il contributo più significativo.

Gramsci rifletteva nel momento in cui in Europa la possibilità di decidere sul governo del Paese, la partecipazione al potere, passava dalle mani di elite colte e numericamente contenute al popolo, alle grandi masse operaie e contadine, che si affacciavano alla finestra della storia. Si trattava di un ribaltamento completo della riflessione e del ragionamento politico, un ribaltamento anche rispetto ai grandi classici del pensiero socialista, una riflessione che doveva coinvolgere il pensiero di Marx, così come quello di Lenin e doveva confrontarsi con la traducibilità di quanto avvenuto in Unione Sovietica in Paesi come quelli europei in cui il potere non era concentrato nelle capacità di dominio dello Stato ma diffuso nei tanti poteri intermedi della società civile. Questo aveva portato Gramsci a riflettere e a ragionare sul consenso, sulla necessità di formulare un linguaggio ed un progetto politico-culturale in grado di tradurre progetti politici e renderli idee semplici ed accessibili anche all’ultimo dei cittadini.
Insieme a ciò Gramsci aveva ragionato sull’importanza della formazione, dell’accrescimento della cultura, della trasformazione della cultura tradizionale più radicata nella direzione di una maggior propensione alla modernità, al cambiamento, al progresso. La costruzione del consenso che potesse produrre quell’egemonia necessaria per dirigere, per governare, per guidare un Paese, i suoi cittadini, il suo popolo, non con il terrore della forza, ma con la capacità di convincere della conoscenza. L’attualità di questo pensiero è, a mio modo di vedere, oggi tanto più vera se pensiamo a come il nostro mondo, le nostre democrazie, siano condizionate dalla costruzione del consenso.

La diffusione del metodo democratico, dell’elezione popolare dei parlamenti e dei governi è diventato un modello dominante e tuttavia la democrazia mostra sempre più i propri limiti e produce effetti paradossali. Vedete, oggi in Italia i sinceri democratici guardano con speranza, e da diversi anni, a ciò che avviene in latinoamerica, alle nuove figure di leader che sembrano finalmente in grado di farsi carico dei bisogni dei loro popoli, di essere davvero i loro rappresentanti ed al tempo stesso è con preoccupazione che guardiamo all’emergere in Europa di movimenti che minacciano la democrazia. Pensiamo purtroppo al nostro Paese, l’Italia, che ancora una volta è anticipatore dei più pericolosi processi politici europei. E a come la democrazia può produrre leader populisti che racchiudono in sé il potere economico, il potere politico e il controllo dei grandi mezzi di comunicazione. Ecco: l’analisi gramsciana della costruzione del consenso e del percorso di traduzione della politica alle masse, dell’incontro tra la politica e le masse, nel momento originario di questo incontro, può e io credo dovrebbe essere uno strumento di straordinaria valenza per analizzare il limite di questi processi così come sono venuti a svilupparsi e strutturarsi nel secolo appena concluso.

Come ha sottolineato nel volume "Nino, appunti su Antonio Gramsci", che ho curato in occasione del 70°, il direttore della Casa della Cultura di Milano Ferruccio Capelli, la piu´importante istituzione culturale della sinistra milanese nata nellímmediato dopoguerra, Gramsci ha molto da dire anche oggi. Alcune categorie del suo pensiero possono rivelarsi potenti strumenti per orientarsi nella lotta politica e nel movimento delle idee anche nel pieno della “seconda modernità”. Rileggere il pensiero unico, ovvero il dominio quasi incontrastato del liberalismo conservatore, alla luce della categoria gramsciana di egemonia politica potrebbe rivelarsi un esercizio molto fecondo. Esso sollecita a mettere a fuoco il nesso stringente tra opzioni politiche che appaiono assiomatiche, non discutibili, e  il sentimento della vita oggi prevalente. L’egemonia liberalconservatrice non è disgiungibile da quella figura di uomo, il libero consumatore racchiuso in una dimensione privata, che caratterizza la congiuntura attuale. Al fondo vi sono sicuramente modifiche profonde delle strutture produttive e sociali: essa però si è affermata anche grazie all’imponente lavoro culturale con cui l’establishment conservatore ha elaborato e imposto il proprio punto di vista. Sembra un paradosso, ma del pensiero gramsciano sull’egemonia hanno fatto tesoro le forze della destra più conservatrice. I “neocon” negli Stati Uniti hanno sviluppato un imponente lavoro per costruire e occupare casematte nella società civile. Le loro idee sono state elaborate nell’accanito lavoro di gigantesche Fondazioni culturali e sono state sostenute da un’imponente rete mediatica, non di rado costruita appositamente. 

Molti hanno definito il Novecento un secolo breve. Il Novecento ha visto indubbiamente l’ingresso delle masse nella storia, ha registrato con straordinaria importanza il successo di questo ingresso, ma anche la tragedia che in alcuni casi con il consenso del popolo le grandi dittature hanno saputo produrre. Allora il bisogno di pensare ad una democrazia per il nuovo millennio, ad una democrazia che sviluppi i propri anticorpi, che sappia trarre insegnamento dalle tragedie del secolo scorso, che ricordi come l’unica, autentica libertà è legata alla cultura e l’unico strumento perché nella piena libertà democratica dell’esercizio della propria scelta ogni cittadino abbia la capacità di discernimento necessaria per riconoscere nelle traduzioni indispensabili alla costruzione del consenso i tradimenti che vi si possono insidiare è la diffusione della cultura alle masse. In questo importante convegno i relatori sono ritornati sulle principali tematiche del progetto culturale Gramsciano e questioni come l’internazionalizzazione dell’economia e la difficoltà della politica di stare al suo passo o come il ruolo dominante della del progetto e della proposta nordamericana di quella europea che Gramsci analizzava nei suoi quaderni sono oggi ancora le grandi sfide che la cultura democratica ha di fronte a sé. Cosi´come il tema delle classi subalterne, della loro reale e vivida percezione, della percezione vivente dei danni che colpiscono ora, anche in questo momento, grandi fasce di popolazione nel mondo, che ha cosi´bene sottolineato ieri il prof. Romerio Ximenes, e´completamente aperta.

Oggi quotidiani e riviste dedicano ampie analisi all’impatto della “Cindia”.  Su questo nel volume “NINO, appunti su Antonio Gramsci” uno dei piu´attivi filosofi italiani, Giulio Giorello, ha sottolineato l’attualità di Gramsci non tanto come precursore della globalizzazione (o magari della differenza), ma per ricordare l’importanza di un metodo di comprensione di strutture economiche e istituzionali, realtà geografiche, dinamiche storiche. E’ lo stile intellettuale grazie di Gramsci, che riconduce l’astrattezza di molte categorie interpretative alla concretezza del caso pertinente, salvo poi scomporre questo stesso per coglierne le determinazioni più pregnanti, ad essere ancora dio straordinaria utilità.

Ecco schematicamente quale credo possa essere l’attualità del pensiero gramsciano, un pensiero che oggi in Italia non gode dello spazio, della notorietà e della presenza che meriterebbe e questo per una ragione che abbiamo cercato di analizzare e poi di affrontare attraverso un progetto culturale che anche grazie al sostanziale impegno della Camera del Lavoro della CGIL di Milano, che mi ha onorato incaricandomi di portare qui questo contributo, ha coinvolto un gruppo di giovani artisti e comunicatori italiani e si è sviluppato in questo anno in diverse città italiane con uno spettacolo teatrale, una mostra, una pubblicazione, un sito internet dedicati ad Antonio Gramsci, alla sua attualità, alla sua presenza. Alla ricerca del nesso tra la figura storica e intellettuale di Antonio Gramsci e la modernità, rappresentata da giovani uomini e donne del nostro tempo, dal loro universo culturale e dai loro riferimenti, si è sviluppato, con il progetto “NINO appunti su Antonio Gramsci”, un intenso viaggio intellettuale nel tentativo di trovare le tracce presenti di uno dei protagonisti politico-culturali del ‘900, in Italia e nel mondo.

Partirei proprio da quest’ultima definizione, che non si intende qui dimostrare, ma che è supportata dalla significativa mole di studi e di ricerche che i Paesi di diverse parti del pianeta, a partire dalle principali Università americane, dedicano a questa figura di filosofo e di intellettuale. Qui sta, credo, un primo nodo problematico, e specifico per il nostro Paese. Perché se fuori dall’Italia Gramsci è un pensatore e un filosofo, un filosofo della politica, ma non solo. Un filosofo del costume, potremmo dire, e in ogni caso un filosofo tout court, in Italia Gramsci è invece stato principalmente classificato, sul piano storico, della comunicazione, dell’immaginario collettivo, come un politico. E’ il segretario del Partito Comunista d’Italia (e si direbbe il principale fondatore) e soprattutto è un martire del fascismo, morto principalmente per le conseguenze di un’ingiusta e dura detenzione. Un martire, e quindi una figura che si staglia, che diventa bidimensionale. Poco importa il contenuto di una vita, il valore del suo messaggio ai posteri è tutto racchiuso in quella morte. Ciò che in questa sede ci interessa indagare allora è il punto di vista della comunicazione e, nello specifico, della comunicazione di massa, rispetto a questa figura e a questa vicenda socio-comunicativa. Lasciamo infatti agli storici le molte ed interessanti sfaccettature di una difficile ricostruzione di un periodo fatto di non detti, di azioni protette da diversi segreti (quello del Partito clandestino italiano, quello dei servizi fascisti e quello dei servizi sovietici), di un linguaggio di comunicazione cifrato dal carcere verso l’esterno su cui, da tempo, si sta lavorando e che sempre più mette in luce particolari nuovi ed interessanti. A noi interessa delineare il campo della riflessione per capire cosa è successo ad una figura, cioè a un segno così denso di significati, come è per il ‘900 il segno |Antonio Gramsci|.

Ci interessa il segno, dunque, e quindi l’ambito di una storia ermeneutica, la narrazione e l’avventura di un segno e dei significati che esso si trascina, di come mutano e di come si perdono, e le conseguenze sulla percezione collettiva. Sarebbe interessante una ricognizione scientifica delle scritte riportate sotto le intestazioni di vie o piazze a lui dedicate, per capire quale strada ha preso la memoria collettiva. Oppure un sondaggio meno settoriale, meno localizzato nella sola Milano, di quello che pur abbiamo in qualche misura sviluppato per capire cosa sanno di Antonio Gramsci non solo i giovani con meno di trent’anni, magari i più colti e quelli con un titolo di studio superiore, ma anche gli storici iscritti al Partito Comunista Italiano. La nostra impressione, peraltro avvalorata da autorevoli supporti, è che dietro quell’icona, forse di per sé un po’ fredda, un po’ idealizzata, che fa ancora sfoggio di sé nella maggior parte delle sezioni dei partiti della sinistra italiana, non vi sia un altrettanto significato.

Qui sta una caratteristica specifica di questa vicenda culturale. La vicenda di un segno forte e di un significato smarrito. Dietro ad un nome noto, che risulta indubbiamente quantomeno “sentito”, e che non risulta sconosciuto all’uomo della strada come potrebbe invece essere per altri grandi pensatori come Pareyson o Geymonat, come Gadamer o Heidegger, non sono invece altrettanto noti, e neppure in parte minore, le sue azioni, le suo opere, le sue idee. A fronte quindi di una persistenza come icona, l’associazione di significati diventa immediatamente difficoltosa e la riduzione alla sfera della storia politica, della scelta di campo e del conseguente martirio, come si diceva, è la risposta più immediata. Uno strano destino ha condizionato per almeno tre volte la relazione di Gramsci con gli altri, con il suo Paese, con il suo popolo. Così straordinariamente vocato all'impegno civile egli stesso più volte ricorda però nelle lettere come la sua educazione e la sua malattia, le sue difficoltà fisiche, lo avessero reso introverso e avessero reso difficile la sua relazione con gli altri. Gramsci stenta nella fase della sua formazione ad entrare in relazione diretta con gli altri, con i compagni di lotta, con gli operai cui però si rivolge. Sembra riuscirci finalmente in quel magico 1924, in cui nasce il suo primo figlio e inizia il suo impegno in Parlamento. Segretario del PCd'I diventa una figura di riferimento per le masse. Ma è il carcere a costruire di nuovo la distanza, un terribile universo di non detti, di censure e autocensure, con il Partito, con la famiglia, con gli amici più cari. Un bisogno di comunicare e di scrivere, un bisogno di risposte e l'impossibilità di costruire un rapporto lineare. Ancora molto bisognerebbe lavorare su quella drammatica dimensione psicologica del padre, dello sposo, dell'attivista recluso. Poi, dopo la morte, dopo la guerra, diventato simbolo universale di nuovo la distanza: un volto, forse tra i più noti, quasi un'unica fotografia, un'unica immagine per i posteri, un nome quasi universalmente conosciuto. Ma le idee, i concetti, la loro straordinaria attualità smarriscono la strada. E’ proprio nella vividità dei suoi concetti invece, certo non di facile accesso, che ci sembra che il pensatore Antonio Gramsci abbia molto da dire al nostro tempo e che per suo tramite le riflessioni di quella prima parte del ‘900 siano ancora tutte aperte verso il XXI secolo.

Il Gramsci che ci interessa è quello che coglie, nei primi tre decenni del secolo, scorso la straordinaria trasformazione che fattori come la rivoluzione industriale, lo sviluppo dei grandi conglomerati urbani, l’inurbamento dalle campagne e la grande guerra, con il suo carico di morti e soprattutto con il suo carico di reduci, avevano impresso nella società dei grandi Stati europei. Era nata, stava nascendo, l’opinione pubblica. Era, per dirlo con parole di allora, l’ingresso delle masse nella storia.
Ancor prima del diffondersi del suffragio universale, che fu una conseguenza, quello che stava accadendo è che milioni di persone, e in questo caso il numero, la quantità, era l’elemento nuovo e caratterizzante, iniziavano ad avere opinioni sul destino del proprio Paese, sulle scelte economiche, sulle scelte di politica estera e, soprattutto, iniziavano a scambiarsi queste opinioni tra loro. È questa, ci sembra, la grande lezione del ‘900 di cui Antonio Gramsci è certo uno dei maestri, ma vi è qualche cosa di ancor più moderno nel suo pensiero quando nella riflessione sul rapporto tra queste grandi masse e le scelte della politica, il potere, Gramsci non solo si concentra sul concetto di consenso e sulla sua costruzione, ma lega strettamente questo all’immaginario e alla sua veicolazione. Gramsci pensa, e non è una riflessione poco originale nel momento storico dato, che sia con il consenso, con la capacità di convincere che si possono guidare queste grandi masse. Non era certo l’opinione prevalente in nessuno dei settori politici del periodo. Gramsci esprime una cultura democratica che fa capo all’idea di una politica in grado di svolgere un ruolo proprio in quello scarto tra elite governanti e masse governate e che riesca a costruire un canale di comunicazione. Comunicazione appunto. È questo uno degli elementi chiave di questa riflessione, perché se si deve parlare a grandi masse in diversa misura poco acculturate lo si deve fare innanzitutto studiando e comprendendo qual è la loro cultura, la cultura popolare, quali sono gli elementi del loro immaginario e poi avere la capacità di tradurre i linguaggi complessi della filosofia e delle politica in un linguaggio popolare, in un linguaggio popolato di immagini di cui sicuramente l’arte può essere uno straordinario strumento. Quest’attenzione al veicolo, al veicolo comunicativo ed in particolare al veicolo artistico, che è ad esempio l’attenzione del Gramsci critico teatrale de L’Avanti! che scrive a lungo dell’emergente Pirandello, è sicuramente uno degli elementi più interessanti di un pensiero che in qualche modo prefigurava le modalità di formazione del consenso che caratterizzarono poi tutto il ‘900. Per arrivare alle masse occorre costruire un immaginario, un’idea di mondo che abbia la forza di poter essere semplificata in poche immagini. È quello che Gramsci fa in prima persona quando scrive alla madre e le spiega della sua condizione. Gramsci crede nella forza delle idee e, verrebbe da dire, nella forza dei sogni. Figura emblematica di uno straordinario umanesimo culturale egli riconosce nell’arte quello strumento di verità e di divulgazione delle verità su cui si sarebbe soffermata molta dell’ermeneutica moderna. È l’immaginario che cambia il mondo perché una previsione non è nient’altro che un disegno del futuro e la conseguente riflessione sulle azioni concrete da intraprendere perché questo futuro si realizzi. A questo si associa una rigorosa attenzione all’uso della parola e ad una più complessiva riflessione sulla inseparabilità di azione e pensiero. Se Marx aveva colto che forse proprio lui e l’hegelismo sarebbero stati l’ultima grande descrizione filosofica del mondo perché di lì in avanti le masse l’avrebbero descritto e trasformato a modo loro con le azioni (tesi 11 su Feuerbach), Gramsci sviluppa questo rapporto tra immaginario e cambiamento, tra una descrizione del mondo che sia accessibile ai molti , che sia ideale collettivo, che sia rappresentazione di un modello di vita.
È quello che accadrà in Italia, ad esempio, con il neorealismo ed ancor più con la commedia all’Italiana: linguaggi popolari che faranno vedere una società che si sta costruendo e si intende costruire. Mostrare per dimostrare. È ciò che poi con ancor maggior forza avverrà con la televisione e soprattutto con le televisioni commerciali, che in maniera sempre più scientifica metteranno in scena un ideale di uomo in cui riconoscersi che in molti casi coincide con il target del consumatore cui vendere.  Concezione e azione sono legati nell’immaginario e l’azione non è solo azione materiale, trasformatrice degli oggetti, delle cose, ma è soprattutto azione intellettuale trasformatrice delle coscienze, delle idee e azione simbolica trasformatrice dell’immaginario, come i riti religiosi, come la Messa, come la “messa in scena” del cinema, del teatro, della televisione. Ma se oggi Gramsci è troppo poco presente in Italia, molto più presenti sono, magari in maniera inconscia, le sue idee nel processo di ripensamento complessivo del sistema politico italiano. L’Italia attraversa una difficile transizione e in questa transizione il tema della rappresentanza, il tema della capacità della politica di trovare un modo semplice di interpretare e rappresentare i bisogni dei cittadini, la necessità di costruire un immaginario che con la stessa efficacia delle grandi ideologie del Novecento e magari senza la nettezza della loro rappresentazione possa arrivare davvero ai cittadini.

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