Partito Prossimo, appunti sul Partito Democratico

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Una premessa metodologica
Il breve testo che segue è una raccolta di spunti, di idee e di questioni nato per contribuire ad una discussione di merito sul futuro del PD e della Politica, provando a mettere nero su bianco alcuni temi e alcune ipotesi di lavoro, ma credo che ancor prima venga una sorta di premessa metodologica, una condicio si ne qua non per qualsiasi organizzazione, qualsiasi consesso di persone, ma ancor più indispensabile in un Partito, e in un Partito del campo progressista in particolare. Si tratta della tipologia e della qualità delle relazioni umane tra le persone. A partire dai dirigenti via via sino all’ultimo circolo. Lo spirito di gruppo, il piacere dello stare insieme, il gusto e l’interesse per quanto l’altro porta con sé. Non il rispetto ma l’affetto, l’interesse, la simpatia (provare emozioni simili, comuni, insieme) e di conseguenza la solidarietà, il sentirsi legati ad un destino comune. Insomma il prevalere del NOI sull’IO in tutti i passaggi, i momenti, i ragionamenti.

Analisi: fare le analisi, farsele fare, andare in analisi…
È sempre il tempo delle analisi. Un’analisi necessaria per capire a fondo il contesto in cui ci si muove. Ogni testo prende sapore, colore, forma e significato dal contesto che lo circonda, ma l’analisi non può essere un rituale stanco e soprattutto occorrono gli strumenti. Chi di noi si farebbe l’analisi da solo? Ci vuole qualche professionista, magari anche più di uno, per avere pareri diversi, soprattutto quando la malattia sembra grave e in stato avanzato, ma forse ci si può fidare poco anche degli specialisti, forse più che di classici medici c’è bisogno di rifugiarsi nella cultura umanistica, più che di analisi servirebbe un po’ di psicoanalisi, di terapia di gruppo, di terapia della famiglia.
Ricostruire i percorsi strutturati delle relazioni, ripercorrere il proprio passato dall’infanzia e capire quei meccanismi che fanno sì che si reiterino sempre gli stessi schemi comportamentali.
Il nostro partito è diventato grande, è uscito di casa, ha messo su famiglia con altri e si è messo a ripercorrere gli stessi schemi di quando era bambino o adolescente. Un buon analista direbbe che non è pensabile che li abbandoni, che non è possibile una catarsi, una nemesi rigenerativa, probabilmente è più sensato prendere consapevolezza dei propri schemi, imparare a conoscerli e provare a governarli, incanalarli in qualcosa di utile, perché ogni nostro comportamento contiene un versante di positività. Allora nessuna scorciatoia, non è possibile eliminare con un tratto di penna né la zia insopportabile né la mamma che ci ha fissato nelle nostre paure e nei nostri rituali autolesionisti. Il padre troppo assente per essere di esempio e troppo mitico da non lasciarci la fiducia nella nostra possibilità di costruire una nostra storia, un nostro racconto originale.

La forma partito, un partito in forma
La forma è sostanza, sembrerebbe che l’abbiamo acquisito tutti, è una frase alla moda nell’era delle palestre e delle corsette domenicali, però un partito è per davvero in buona parte regole dello stare insieme e meccanismi, non è burocrazia domandarsi come possono partecipare e a cosa persone così diverse nel tempo e nello spazio. La società degli individui che non hanno più gli stessi luoghi, le stesse forme del lavoro, le stesse parole, gli stessi orari, mette in campo una sfida completamente diversa a cui non si è ancora dato una risposta.

Comitato elettorale
Una soluzione in voga negli altri Paesi è nettamente il comitato elettorale. È una parte della soluzione, perché di fronte ad una sfida elettorale si capisce il significato dello stare insieme, qual è il progetto, dove si vuole arrivare, c’è una parte di destino comune e ci sono anche una serie di cose precise che si possono fare insieme. Essere innanzitutto la somma di tanti buoni ed efficaci comitati elettorali, che mettono in comune metodi, che imparano dalle diverse esperienze, che archiviano le buone pratiche e se le scambiano, in un Paese in cui si vota praticamente ogni anno potrebbe già essere una parte della risposta. Per questo ci vogliono pezzi di specialismo, meccanismi e un po’ meno improvvisazione.

Circolo culturale
C’è un’altra metà di una possibile risposta nell’essere un luogo di discussione ed elaborazione, uno spazio aperto in luoghi fisici e meno fisici in cui si possa discutere liberamente anche per il solo piacere di farlo, ma per fare questo c’è una necessità che fa riferimento al problema dello stare insieme, non è tanto un bisogno di identità quanto la necessità impellente di non odiarsi l’un l’altro, di ritrovare il gusto di stare con persone diverse, di aver voglia di ascoltare cose differenti da quelle che pensiamo noi. Si può fare gruppo solo se si cerca un po’ di più il “noi” dell’ “io”, se si ha il piacere della relazione, il che è in totale controtendenza.

La tessera, cosa fa, cosa decide
Se essere nel partito non corrisponde ad uno e un solo disegno identitario non ha senso una tessera che dica “io sono questo”. La tessera deve essere uno strumento di finanziamento, ma per questo basterebbe la sottoscrizione e allora la tessera deve dare davvero accesso ad una serie di diritti e di doveri, per questo forse bisognerebbe ripartire da un sintetico codice degli iscritti che dica a quali condizioni, dopo quanto tempo e con quali impegni assunti e mantenuti, si passa dall’essere simpatizzanti ad avere il diritto ad una tessera e però quali diritti questa comporta in termini di scelte, si consultazioni nel merito. Penso che ai tesserati dovrebbe essere riservato il diritto di scegliere in ultima analisi su tutte le figure determinanti: dai candidati ad ogni carica, ai responsabili. Si può pensare ad un meccanismo aperto che preveda la consultazione di tutti coloro che vogliono, sul modello delle primarie, ma la proposta su che cosa chiedere questa opinione dovrebbe essere riservata a chi ha deciso di fare parte in maniera stabile del partito, così come non sarebbe difficile impegnarsi per consultazioni tematiche sui grandi argomenti dal locale al nazionale. Insomma un luogo in cui la tessera determini qualche cosa e per questo valga la pena di averla e sia anche possibile e abbia un senso concederla o meno.

Un partito federale si misura nei fatti
Vuol dire innanzitutto che le risorse e le decisioni su come usarle, le figure, le persone, si decidono con un ruolo determinante dei territori. Vuol dire che in Lombardia e in Piemonte non si può uscire con una campagna di comunicazione senza in benestare del livello locale. Vuol dire che la scelta delle alleanze, dei temi ha uno spazio locale, vuol dire che le decisioni nazionali si compongono delle decisioni dei singoli territori, vuol dire che gli organismi, gli eletti, le rappresentanze sono somma e sintesi di realtà diverse, vuol dire che il profilo unitario del Paese parte dal riconoscimento di una diversità profonda di aree che anche tutte le consultazioni elettorali hanno sempre più messo in luce.

Un progetto culturale? L’Italia del 2020
Di progetto culturale si parla sempre, ma bisognerebbe provare a chiedersi se siamo in grado di descrivere in un documento di un paio di pagine come ci immaginiamo l’Italia del 2020, se sappiamo raccontare ad un amico che ce lo chiede come è fatto, come ci si muove, quali sono le fonti e le energie che utilizza, qual è l’asse del suo sistema produttivo, le priorità del suo intervento sociale, come sono allocate le risorse, insomma scrivere un breve racconto, della vita di un uomo e di una donna nell’Italia del 2020 dopo cinque anni di nostro governo potrebbe essere un esercizio utile.

Le nostre parole
“Sassi che il tempo ha consumato sono le mie parole d’amore per te”
“Chi parla male pensa male e vive male”

L’abbecedario democratico
Compriamo un abbecedario in un negozio per bambini, uno per ogni nostro rappresentante, uno per ognuno di noi che spenda del tempo in televisione o sui giornali. È vietato usare parole che non siano scritte nell’abbecedario, è vietato parlare di compensazioni, di flussi, di cunei…
Non c’è nulla che non si possa dire con le parole dell’abbecedario. Ma lo sforzo di calarsi nel linguaggio della semplicità è un esercizio culturale necessario, come parlare cinese in Cina, e utile per provare a ripulirci di un vocabolario accumulato nel tempo, come ripulire gli armadi o la scrivania. Un pezzo di nemesi necessaria. Perché siamo le parole che pronunciamo. Perché nelle parole si sviluppano le relazioni possibili. Perché il mondo è parola sin dal principio. Perché se non cambiamo il modo di parlare non ci capisce più nessuno. Non ci capiamo più tra di noi. E non siamo più credibili. Perché di molte parole abbiamo fatto abuso. Perché innanzitutto la Politica è parola e ridare dignità, potere, dimensione alla parola è indispensabile per ripartire.

Il partito dei territori, delle cose, degli amministratori locali
Provare coordinare, dare ruolo, regole e doveri, spazi di elaborazione ai nostri amministratori locali. L’esperienza di governo in particolare dei Comuni di dimensione medie è quel luogo in cui la risposta al bisogno individuale, il contatto diretto con il singolo cittadino, si incontra con un primo livello di progettazione e di interpretazione politica, ideale della realtà e delle scelte di fondo. Il luogo dell’incontro tra il particolare e l’universale. Il governo dei territorio è un’opportunità profonda per la costruzione di un progetto di società. La differenza è tra essere un partito cui sono semplicemente iscritti un certo numero (sempre inferiore) di amministratori locali per ragioni astratte e diventare uno strumento di progettazione comune. Sarebbe utile, per essere concreti, sviluppare alcune progettualità comuni di fondo e definire il profilo del governo democratico. Ad esempio sugli asili nido, le energie rinnovabili, le percentuali di consumo del territorio, il livello di spesa culturale per abitante e costruire meccanismi per lo scambio di buone pratiche e per il reciproco supporto di queste politiche ai diversi livelli. Alla domanda “voi chi siete?” poter rispondere “quelli che quando governano fanno questo e quello, in questo modo”.

Cerco l’uomo… e la donna
Certo non è poca cosa immaginare chi possa incarnare nei diversi livelli il profilo di questo partito. Ma se diventano solide le basi culturali, progettuali e di comportamento diventa più facile non solo scegliere ma anche ridurre l’approccio un po’ salvifico e messianico verso il capo che ha caratterizzato almeno una parte della nostra cultura e che è uno dei nostri punti di debolezza. Difficilmente il messia si rivela all’altezza delle aspettative. E la delusione conseguente, il disinnamoramento è uno dei nostri luoghi più frequentati.
Anche le dimensioni di genere e generazionali chiedono una ripulitura dal messianismo di cui vengono caricate. Donne e giovani hanno non molto in sé di meglio degli uomini di mezz’età, ma un Partito ha il dovere di mettere in gioco tutte le energie migliori. L’obbligo di mettere alla prova un certo numero di donne e di giovani e di non rifugiarsi sempre in circoli già frequentati (in cui oggi prevalgono signori di mezz’età) è un metodo per innovare. Può essere utile. Ma ci vuole metodo appunto. Bisogna uscire dalle dinamiche familiste, mettere alla prova chi sembra aver talento ed avere il coraggio di cambiare quando l’esperimento fallisce. Ci vuole quell’intelligenza collettiva che solo gruppi coesi possono sviluppare.

Il partito di Anna, Davide, Jacopo, Emma
Chi è nato nell’ultimo anno tra venti anni cosa troverà davanti a sé? Quale Paese? Quale società? Quali valori dominanti nei rapporti tra le persone? E quale Politica? Quali motivazioni forti per praticarla? E’ alla scrittura di questa favola, di questa narrazione, per loro, con questi tempi che sappiamo essere lunghi che si deve dedicare il Partito Democratico.

Sei libri, sei film, sei canzoni, sei scelte per conoscerci meglio.

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