PARTIRE E' UN PO' MORIRE ?

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Morire significa concludere le nostre possibilità di essere o iniziare una nuova esperienza? Perchè solo la seconda ipotesi darebbe spazio ad una fondamentale caratteristica del viaggio, dello spostamento fisico volontario e autonomamente deciso, il fatto di non dover mai abbandonare nulla a cui si tenga realmente. Perchè la realtà sconvolgente è che, ogni volta che si parte, tutto ciò a cui teniamo realmente viene con noi. E la nostalgia, in un viaggio vero, non si trasforma mai in sofferenza, perchè altrimenti il viaggio vero e proprio è già terminato e inizia lo spostamento, il ritorno o l'allontanamento forzato.

Il viaggio nella nostra cultura si ritrova ovunque: è il viaggio epico dell'uomo che si confronta con i propri limiti, il viaggio della scoperta; il viaggio di Dante, della purificazione, della crescita poetica e morale; il viaggio di Mattia Pascal che cerca di ricostruirsi; il viaggio come abbandono della realtà; il viaggio dell'uomo di H. Hesse.

Il viaggio come fuga, come speranza di rinascita altrove non esiste, perchè chi non sa affrontare le paure e i disagi, chi non sa essere ovunque si trovi, porterà questa incapacità con sé, ovunque si sposti.

Esiste il viaggio di ricerca di se stessi, un viaggio che si fa nel parco sotto casa, in poltrona e nel proprio rapportarsi con l'ambiente in cui si vive. Si può partire alla ricerca di nuove situazioni, di nuove sfide nelle relazioni con gli altri.

Viaggiare ci dona la straordinaria possibilità di allargare noi stessi e la nostra cultura e le nostre sensazioni, di raccogliere nuove parti di noi che ci porteremo sempre lungo il nostro breve (e lungo insieme) viaggio della vita. Possiamo lasciare tutto ciò che ci infastidisce, anche se non potremo mai eliminare ciò che ci angoscia.

Ma il vero viaggio è solo quello che ha prima o poi un ritorno, in cui le nuove esperienze ci permettono di vedere un nuovo vecchio, di ripartire per il nuovo viaggio verso casa e lasciare di nuovo ciò a cui si tiene portandolo con sé, in un'infinita spirale che in fondo è il vero senso del viaggio, un continuo crescere, formarsi e conoscersi meglio attraverso la vita, che è il viaggio delle esperienze, degli incontri, degli addii e dei ritorni.

Viaggiatori si nasce. Sembra una frase fatta. Credo che il vero viaggiatore non sia colui che l'immaginario comune dipinge, il girovago solo e senza radici, che in ogni albero e in ogni uomo rivede una parte di sé e del suo passato e vive una parte del proprio futuro. Il viaggiatore vive di nostalgia e attraverso questa apprezza al massimo ciò che ha avuto e ha nel cuore.

Si viaggia soli, oppure in due quando si è, in parte, una cosa sola. In molti ci si sposta, ma il viaggio è sempre un fatto individuale e, come ogni fatto individuale, non si può prescindere dagli altri.

La materialità del viaggio è però una parte fondamentale di tutte le teorie fin ora esposte in proposito. Viaggiare è toccare il nodo, trasportare sul viso la polvere di terre lontane, conservare negli occhi gli schizzi e nel cuore il gorgogliare del ruscello ormai distante, quel viso di ragazza, quel gioco di bambini.

Dice Hesse, il viaggiatore per eccellenza:"... questa malattia del viaggiare è un gioco molto pericoloso; bisogna essere pronti a metterci il cuore, a versare del sangue".

Voglio sperare che morire sia un po' viaggiare.

Sei libri, sei film, sei canzoni, sei scelte per conoscerci meglio.

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