La vita è bella

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Nel finale. Quando i nazisti scappano increduli, come bambini che sanno di averla combinata troppo grossa e hanno paura. Paura. In quel finale, con gli ex prigionieri, i sopravvissuti, che quasi incapaci tentano di recuperare l'esistenza, è scritto tutto il film di Benigni. Ciò che è successo è ciò che non sarebbe mai parso possibile. Neppure nelle più nefaste fantasie. Uomini usati per fare sapone e bottoni, bruciati nel forno. "Sarebbe il colmo" dice Guido-Benigni al figlio. Sarebbe il colmo. E intanto sta succedendo.

Così, uscito dalla festa degli ufficiali, nella nebbia del campo, per un momento, mentre il figlio sogna, anche a lui sembra di sognare, per un momento pensa che sia stato tutto un brutto sogno. Quasi. Ed ecco che la verità, la carne, contrasta direttamente col sogno. Quando quasi l'orrore nazista sembrava fantasia, irrealtà, ecco che ci viene proposta l'immagine più cruenta, più materiale, più micidiale. Una montagna di corpi ammassati, come carne da macellaio, come volti di Munch. Il bello di questo film è la capacità incredibile, a cui più di metà del film è dedicata, di raccontare la spensieratezza, l'ingenuità e la superficialità con cui l'Italia fascista, ridicola e ridicolizzata della torta etiope, dei manifesti del duce e degli scienziati ridicolmente razzisti del manifesto della razza (quale razza ? quella italiana ? latina ? etrusca ?... - da noi è ancora più paradossale) viaggiava felicemente verso l'orrore freddo, preciso e terribilmente serio della guerra nazista. Anche di questo film Benigni è anche il regista. Spesso lo dimentichiamo a causa delle sue doti d'attore. Quella cinepresa che strizza l'occhio allo spettatore, si sofferma un momento di più e suggerisce ciò che sta per accadere, poi, quando guido viene catturato e portato dietro un muro per la fucilazione, il tedesco se ne va, e noi ci aspettiamo che Benigni risalti fuori, che in qualche modo buffo si sia salvato. La ripresa lo suggerisce, attende un momento...Niente Happy End

Di tutto il film un paio di immagini. Guido-Benigni si aspetta un aiuto dal vecchio amico, il medico tedesco appassionato di indovinelli che lo stimava tanto, "sei un genio", (lui li risolveva in cinque minuti e l'altro impiegava otto giorni).Il medico è colpito, sì. Lo chiama in disparte. E, inversione dei ruoli da grande cinema, lo prega di aiutarlo. Nel mezzo della tragedia nazista il potente medico tedesco che ogni giorno decide chi vivrà e che verrà ucciso col gas la notte non riesce a dormire perché non riesce a risolvere l'indovinello. E, quasi alle lacrime, prega il cameriere ebreo di aiutarlo.

Il gioco, la Fantasia. Credere nel potere del gioco e della fantasia, nella serietà, che sa giocare e divertirsi, che non è mai seriosa. Così, mentre va a morire, Guido-Benigni cammina verso la morte con la buffa marcetta di Pinocchio fra i due gendarmi, per lasciare la speranza al bimbo Giosuè, per salutarlo, e anche per lui, forse, per fronteggiarla questa morte. Chi sa scherzare. Chi sa vivere senza bisogno delle formalità seriose, del coro delle lodi, del machismo da uomini duri, del servilismo, delle riverenze, tutto per essere grossi pupazzi stragonfi di sé e di insicurezze, chi sa scherzare prima di tutto su di sé, con umiltà, beh, forse non avrebbe mai potuto prendere sul serio chi proponeva il manifesto della razza, l'esclusione di ebrei e cani, l'eliminazione dei più deboli, la riduzione degli uomini a bottoni, saponette, cenere da forno. Non si poteva prenderlo sul serio. Avrebbe dovuto essere un comico. Invece è eletto, democraticamente, e appoggiato da tanti governi del mondo.

Oggi è facile come Guido, credere che sia stato tutto un sogno, eppure quella spensieratezza iniziale, quei piccoli, invisibili segni, ci dicono che non bisogna mai sottovalutare la bestialità dell'uomo. Potrebbe succedere ancora qualcosa di analogo? O di peggiore? No. Sarebbe il colmo.

1 gennaio '98

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