Mr Holmes di Mitch Cullin

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Un romanzo gustoso e dolcissimo e insieme profondo e meravigliosamente inquietante da cui è stato tratto anche l'omonimo film di Bill Condon
Nell'immaginario collettivo, di cui come poche altre figure è stato dominatore, Sherlock Holmes rappresenta la logica, la razionalità.
È fulgido esempio della bellezza del romanzo giallo che veicola un'idea di mondo: la fiducia che per quanto male, orrore, cattiveria e crudeltà ci possano essere la luce della ragione riuscirà ad illuminare le zone oscure e a riportare ordine dove è stato seminato il caos. Sono convinto che questo sia il tratto saliente e attraente di questo genere letterario.
Proprio per questo, a mio parere, il bel romanzo di Mitch Cullin sceglie proprio Mr Holmes per accompagnarci per mano, con una narrazione piacevolissima e diverse linee temporali che si intrecciano, di fronte ai grandi interrogativi dell'umanità, al significato ultimo della vita (e quindi della morte).
Di fronte alla domanda "perché questo uomo è morto?" Holmes saprebbe di certo dare risposte solide e illuminanti: l'arma del delitto, il movente, il colpevole, i classici chi, cosa, dove come è perché.
Ma di fronte alla domanda "Perché questo uomo è morto?", qual'è il senso, la ragione, il motivo per cui si muore, quale spiegazione potrà mai dare il celebre detective?
È questo è tanto più vero di fronte ad una morte inattesa, ingiusta e figlia non di perfidi calcoli di una mente maligna ma del semplice e quotidiano lavorio del Caso.
Un Holmes anziano si pone forse per la prima volta domande sul Senso, e le mette in relazione con un rapporto non nuovo ma non più asetticamente scientifico con la Natura, l'oceano, la campagna del Sussex, le proprietà naturali delle piante, l'ordinato lavoro delle api operaie...
Un romanzo gustoso e dolcissimo e insieme profondo e meravigliosamente inquietante da cui è stato tratto anche l'omonimo film di Bill Condon con Ian McKellen e Laura Linney.

Vorrei, la rivista che vorrei, 10 dicembre 2015

http://www.vorrei.org/culture/11571-mr-holmes-di-mitch-cullin.html

Il viaggio leggero di Timbuktu

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Un film di Abderrahmane Sissako. Altro che scontro di civiltà, altro che modernità contro barbarie. I frutti perversi dell'emarginazione e della sottocultura europea

Timbuktu è un film che viaggia leggero, poetico, verso la tragedia, individuale e collettiva. I paesaggi straordinari di un luogo fuori dal tempo, di armonia tra uomo e natura, resi con maestria da una fotografia curatissima ed essenziale, i suoni, i colori, gli antichi mestieri ci introducono in un mondo antico ed equilibrato, vitale, gioioso, che viene oppresso, asfissiato da un fanatismo di maniera, modaiolo. Si può giocare una partita di calcio senza pallone? Tanto può la passione, la forza della vita contro i lacci di un dogmatismo che nulla a che vedere con la modernità.

Telefonini, videocamere, gipponi, e armi. I segni dell'occidente, i tratti del suo consumismo, narcisismo, del suo egotismo ipertrofico, esteriorità e apparenza, sono i segni distintivi, le differenze che mostrano a quale cultura e da dove proviene la guerra santa, il fondamentalismo che si impone con la violenza in una cultura tollerante e aperta.

Altro che scontro di civiltà, altro che modernità contro barbarie. I frutti perversi dell'emarginazione e della sottocultura europea che assumono radicalizzandola una religiosità che non gli appartiene e della quale, per questo, non riescono a cogliere l'essenza, aggrappandosi ad una superficiale e ossessiva armatura di regole e di norme di cui perdono il senso e il significato. Dove sta la carità? La pietà? Il perdono? Un film da vedere per sfatare i luoghi comuni e da guardare lasciando la mente aperta. Riuscirà la gazzella a fuggire? Riuscirà la natura a sopravvive e ricostruire la sua armonia?

Vorrei, la rivista che vorrei, 11 aprile 2015

http://www.vorrei.org/culture/10804-il-viaggio-leggero-di-timbuktu.html

The Imitation Game

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Cinema. Alan Turing: una figura straordinaria magistralmente portata sul grande schermo dal film di Morten Tyldum The imitation game. Pensiero della differenza e capacità di vedere le cose da un'altra angolatura.

Non esiste nulla di lineare, nessun processo è privo di un codice, di una cornice, di una struttura che consente di decifrarne i messaggi. Ma delle strutture più consuete ci dimentichiamo.
Alan Turing aveva una certa difficoltà a comprenderle. Ad acquisire la consuetudine. Ad afferrare ciò che consideriamo normale. Questo gli permetteva di cercare le strutture. E di trovarle. La difficoltà ad acquisire gli schemi, le strutture, le regole non scritte che regolano usi, costumi e che determinano la comprensibilità dei nostri scambi quotidiani, delle relazioni, dello stesso linguaggio, è la stessa ragione che gli permetteva di cercare queste strutture, di capirle, analizzarle, decifrarle, fino a coglierne la logica e a teorizzare e in parte realizzare l'intelligenza artificiale.
Pensiero è pensiero della differenza. E capacità di vedere le cose da un'altra angolatura. Ma di più. E' capacità, e dannazione, di vedere la cornice, il contesto del testo, di porsene fuori. E la difficoltà di starci dentro quando lo si vede da fuori.
Tutto questo è Alan Turing. Una figura straordinaria che ho scoperto qualche anno fa e che viene magistralmente portato sullo schermo dal lavoro di Morten Tyldum "The imitation game". Il resto sono un incrocio interessante di linee temporali, una ricostruzione affascinante del momento più buio della storia recente, il codice Enigma con cui i nazisti cifravano i messaggi per dare ordini ai loro sottomarini, la difficoltà di accettare gli altri che rendeva l'omosessualità un reato perseguibile nell'Inghilterra degli anni '50, segreti militari, la sovrapposizione tra il lavoro segreto dei geni della crittografia di Bletchley Park e quello degli scontri violenti della guerra più tecnologica che si sia combattuta, aerei, navi, carri armati, sommergibili. In uno e nell'altro scenario inizia la guerra delle macchine.
Un destino beffardo è protagonista della svolta della vita di Turing (e della salvezza di 14 milioni di vite) come della sua rovina. Lo stesso caso che domina nel Match Point di Woody Allen, il cui ruolo i matematici conoscono così bene.
La difficile relazione tra la logica e le emozioni, e l'impossibilità, l'illusorietà, l'approssimazione di qualunque giudizio, che prova a chiudere nel codice binario del bene e del male, del bianco e del nero, l'irriducibile complessità della vita, del pensiero, delle infinite variabili. Fino allo splendido caleidoscopio intrigo che confonde verità è menzogna, anch'esse prodotti di una logica, di un sistema, e indecifrabili al di fuori di questo, tanto nello schema vincente di una straordinaria pagina della storia quanto nella quotidianità della vita.

Scritto da Roberto Rampi

Vorrei, la rivista che vorrei, venerdì, 06 Febbraio 2015

http://www.vorrei.org/recensioni/10584-the-imitation-game.html

In capo al mondo. In viaggio con Walter Bonatti

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Lo spettacolo di Luca Radaelli per TeatroInvito. Alla ricerca della Giustezza. Fino in capo al mondo.

L'incontro con Walter Bonatti nella messa in scena di Luca Radaelli per TeatroInvito è innanzitutto l'incontro con un pensiero a tutto tondo che, com'era nel tempo classico dell'occidente e come è in molto pensiero orientale, non presuppone la scissione mente/corpo. Bonatti cerca l'armonia. La cerca scrivendo, fotografando, esplorando il mondo nei suoi luoghi remoti, sia che si trovino in verticale sulle montagne o in deserti remoti, nel confronto con le difficoltà imposte dal freddo, dall'altezza, dagli incontri con animali selvaggi, dalla solitudine e dalla carenza d'acqua. È una ricerca interiore. È una ricerca di silenzio. È una ricerca di misura di sé e capacità di misurarsi con i propri limiti. Come in matematica si studiano le funzioni e come in matematica è una ricerca di equilibrio. Come equilibrate, lineari, pulite sono le vie alpinistiche aperte da Bonatti. Eroico lo definisce Radaelli. Di quell'eroismo che porta l'uomo ad essere se stesso fino in fondo. La cui vita è virtuosa, e perciò felice, degna di essere vissuta. Superando tanto la mediocrità quanto un desiderio tutto esteriore di successo, di piacere. Questo è il cammino per una Giustezza che è davvero eroica e ha molto da raccontare ad ognuno di noi anche se non abbiamo mai pensato e non penseremo mai di aver a che fare con piccozze, corde, deserti e montagne. Nel nostro quotidiano, di fronte alle nostre scelte, impegni, relazioni. Un'etica della responsabilità che Bonatti sviluppa anche nella durezza della famosa scalata al K2 che lo spettacolo fa rivivere in tutta la sua straordinaria potenza, fino a sentire il freddo nelle ossa e la meraviglia dell'aurora che può vivere solo un sopravvissuto a una notte all'addiaccio a quasi ottomila metri d'altezza, un ricongiungimento totale con la grandezza del mondo, la sua armonia, la sua totalità, la nostra piccolezza. Ed è proprio l'immensa piccolezza dell'umano che si manifesta persino in quella condizione estrema tra ansia di successo, bisogno di affermazione, invidia, ipocrisia a costringerlo a confrontarsi anche con l'emergente sistema dell'informazione di massa. Tanto che ancora oggi molti lo ricordano come quello che aveva rubato le bombole. Una notizia infondata e divulgata con superficialità che sopravvive per decenni ad ogni verifica e ad ogni sentenza successiva. In quel momento Bonatti capisce che l'unica strada percorribile è prima di tutto interiore, in una relazione con se stesso che è relazione con il modo.
Radaelli è un interprete essenziale, ha trovato molto di sé in questo incontro, lo incarna, lo carica sulle proprie spalle, come un allievo che ha fatto interamente proprio il maestro. Non ne fa un ritratto scontato. Ha trovato un suo Bonatti, ha aperto una sua via. Tra arte e avventura c'è una relazione autentica, una ricerca intensa dell'umano. Così ci restituisce un grande incontro, possente come una montagna, travolgente come una bufera, dolce come un alba in vetta. E un'occasione per riflettere e guardare dentro di noi. E ci restituisce un pensiero su valori forse inattuali: il coraggio, lo spirito di sacrificio, la volontà di riuscire ad ogni costo: solo chi ha coraggio, può essere davvero libero. Ma in fondo il coraggio è la scelta quotidiana tra la giustezza e l’opportunismo, tra senso ed esteriorità, tra adeguarsi o essere se stessi. Una scelta quanto mai attuale.

Vorrei, la rivista che vorrei, 6 gennaio 2015

http://www.vorrei.org/culture/10448-in-capo-al-mondo-in-viaggio-con-walter-bonatti.html

The walking dead

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In The walking dead, ponendo al centro la morte, e il confine che questa rappresenta per definire l'umano, gli autori provino ad indagare a fondo la nostra stessa idea di umanità, di relazioni, di pietà, di etica in un contesto estremo non così dissimile da quelli sperimentati, ad esempio, in scenari di guerra.

Nelle ultime settimane in qualche nottata del sabato e della domenica mi è capitato di vedere qualche puntata della serie tv The walking dead, che registra altissimi indici di ascolto.

Sono convinto, da tempo, che le serie tv rappresentino una significativa espressione artistica in cui alberga tanta parte della produzione e cinematografica e letteraria attuale più innovativa, esattamente come accadde per la nascita del romanzo ed il racconto d'appendice, pubblicati inizialmente a puntate sulla stampa, anche per questo nella legge Valore Cultura abbiamo esteso le facilitazioni fiscali a questa forma di cinema.

E’ interessante come, in The walking dead, ponendo al centro la morte, e il confine che questa rappresenta per definire l'umano, gli autori provino ad indagare a fondo la nostra stessa idea di umanità, di relazioni, di pietà, di etica in un contesto estremo non così dissimile da quelli sperimentati, ad esempio, in scenari di guerra.

Ambientata in un mondo post Apocalisse, in cui un virus ha trasformato gli esseri umani in zombie, la comunità superstite (e apparentemente non contaminata) si chiude in un carcere che da luogo di detenzione diventa luogo di protezione, inversione ideale rispetto al senso comune.

Ed è interessante che il protagonista, risvegliandosi dal coma, e dunque avendo egli stesso sperimentato una condizione di pre morte, si ritrovi in un mondo che vede prevalere per numero i "vaganti", i morti viventi, mentre uno sparuto gruppo di sopravvissuti combatte ogni giorno non solo per la propria sopravvivenza ma anche per non perdere la propria umanità.

Da questa situazione di estrema precarietà derivano le regole di ammissione alla comunità stessa: quanti vaganti hai ucciso, quanti viventi e perché. Come a chiedersi quale sia il confine, quale sia il livello di umanità minima per poter entrare nel gruppo che deve difendere e far sopravvivere la nostra specie, quali tratti essenziali deve avere la stessa qualità di umanità.

E del resto è proprio la progressiva accettazione di quei corpi animati che si hanno davanti, guidati solo dall'istinto primordiale del cibarsi, eppure magari amici o parenti, umani come noi anche solo fino a picchi minuti prima, il loro riconoscimento come non umani il tema ricorrente che pone sotto la lente la nostra stessa umanità andandone a cercare le caratteristiche fondanti.

Come tanta filosofia del novecento ha sostenuto, la morte è centrale per la comprensione della vita. La caratteristica dell'umano è il suo essere per la morte. E dall'accettazione e dalla (difficile) comprensione di questo destino discende gran parte delle possibilità di definizione di sé e della capacità di cogliere la pienezza del proprio vivere.

In tempi di emergenza antropologica, con un consumismo che, nonostante la crisi, continua a costituire l'etica di riferimento, e l'accumulazione e la vittoria, spesso connessa alla soppressione dell'avversario, restano modelli dominanti, l'interrogativo sulla essenzialità del nostro essere è tutt'altro che scontato.

Da questo pezzo di letteratura televisiva emerge con forza una risposta comunitaria, fatta di regole minime e di un bisogno di riscoperta delle caratteristiche che definiscono l'umano dal non umano.

E se una serie tanto vista suscita almeno qualcuno di questi interrogativi, credo svolga appieno quello che, a mio modo di vedere, è il ruolo di ogni forma artistica: spalancare la porta che affaccia dentro noi stessi per trovare una risposta alla differenza che passa tra il nostro vagare nel mondo e quello dei morti che camminano.

Venerdì, 13 Dicembre 2013
Scritto da Roberto Rampi per Vorrei, la rivista che vorrei

http://www.vorrei.org/culture/8937-the-walking-dead-una-lettura-filosofica.html

Sei libri, sei film, sei canzoni, sei scelte per conoscerci meglio.

  • verita-e-metodo
    Verità e metodo
  • il-piccolo-principe
    Il piccolo principe
  • Il-nome-della-rosa
    Il nome della rosa
  • zoom 10564419 gioco specchi
    Il gioco degli specchi
  • Holmes
    Sherlock Holmes
  • imperium
    Imperium
  • attimo-fuggente
    L'attimo fuggente
  • 2001.-Odissea-nello-spazio-br
    2001 odissea nello spazio
  • match-point-336x480
    Match point
  • thedreamers
    The dreamers
  • ilmionomeenessuno
    Il mio nome è nessuno
  • giordanobruno
    Giodano Bruno
  • battiato
    Up patriots to arms
  • vecchioni
    Dentro agli occhi
  • degregori
    Rumore di niente
  • deandre
    Smisurata preghiera
  • morcheeba
    Rome wasn't built in a day
  • police
    Message in a bottle