Pluralismo dell'informazione, una condizione essenziale per la democrazia.

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La materia del pluralismo dell'informazione è un tema cruciale, un tratto fondamentale della base di una democrazia, che deve essere caro a chi crede nel senso genuino della politica.
Senza pluralismo non c’è informazione (al massimo resta la propaganda); senza informazione non c’è conoscenza. E senza conoscenza la democrazia non esiste.

La Politica ha dunque il compito di affrontare tematiche così impegnative e provare a tradurle nella concretezza di provvedimenti. Le leggi – certo – hanno spesso un ambito circoscritto, legato al tempo, alla contingenza, alle disponibilità delle risorse. Tutto ciò non esime la Politica dal dovere del tentativo di dare risposte a quesiti di respiro ampio, nel tempo e nell’impatto.

Il problema del sostegno al pluralismo nell’editoria è all’attenzione del Parlamento italiano sin dagli anni Ottanta. Successivamente, negli anni Duemila abbiamo assistito a processi di revisione significativi e, nel 2010, si è avuto un ripensamento del sistema di contribuzione all'editoria che sempre di più verte sul sostegno alle piccole testate locali indipendenti.

Nel 2010, il Parlamento ha tentato – ma senza successo anche per il sopravvenire della fine della XVI legislatura – quello che invece pare riuscire a noi oggi: un provvedimento di legge complessivo di delega e di riordino che dia uniformità al settore (che – per dare un’idea del mutamento intervenuto – dal 2006 al 2016 ha visto passare le risorse pubbliche destinate al settore da 420 milioni a 30). Per non ripetere quell'esperienza incompiuta, la Commissione Cultura si è data un tempo importante di ascolto – all’esterno - del mondo degli operatori - con audizioni significative - e poi, all’interno, di ascolto delle diverse forze politiche. Ora è arrivato il tempo della decisione, della scelta e dell'assunzione di responsabilità.

Noi sappiamo che questo settore oggi rischia, ogni giorno che passa, di vedere una testata che muore. Parliamo di piccole testate locali; parliamo dell'ossatura della democrazia del Paese, parliamo di chi compie ogni giorno atti d'inchiesta e di indagine e magari svela realtà drammatiche che riguardano il sistema della criminalità organizzata, oppure la violenza verso i più deboli, o verso l’ambiente.

Che cosa prevede questo provvedimento? Innanzitutto una ridefinizione della platea che può accedere ai contributi pubblici secondo due linee di fondo: una maggior trasparenza e una maggiore individuazione dei destinatari della piccola editoria, utilizzando in particolare il criterio del no profit e delle cooperative di giornalisti, quindi di editori che sono giornalisti essi stessi come soggetto chiave di questo provvedimento. Si punta quindi alla piccola editoria, escludendo in maniera molto secca e molto chiara, sia i fogli di partito, sia le società quotate in borsa o società per azioni. Si interviene di conseguenza anche rispetto a quelli che sono stati degli scandali del passato che hanno fatto male a questo settore. Quelle malversazioni del passato sono state combattute e oggi portare a sistema un progetto come questo significa fare tesoro di quelle vicende e garantire la chiarezza e la trasparenza, per aiutare davvero questo settore e sostenere chi ogni giorno vi opera con serietà e passione.

Dall'altro lato, si lavora per garantire che al contributo pubblico corrisponda una capacità economica, una capacità imprenditoriale, una reale esistenza sul territorio e tra i lettori. Quindi si misurano le copie vendute, si misura la capacità di raccogliere fondi diretti da parte di queste realtà e si accompagna tutto questo settore, che in parte ha già intrapreso ovviamente questo cammino, verso l'era del digitale; si tratta di un'era che non è iniziata oggi, ma che è ampiamente iniziata da tempo e che in questo settore comporta una trasformazione che è cruciale. Infatti, è chiaro che oggi se noi guardiamo alla realtà dell'informazione, dei giornali, vediamo che ormai gran parte dell'informazione vive anche o solamente in rete, nell’online. C’è un grande tema di che cos’è l'informazione online e di come aiutare l'informazione online ad essere forte, ad essere fondata, ad avere riferimento alle fonti. Quindi, l'idea di portare tutte queste testate, in maniera vincolante per poter accedere al contributo pubblico, ad essere anche testate online, ad essere anche digitali e accompagnarle nei costi di ripensamento che questo comporta, è uno degli elementi cruciali della proposta di legge.

In questo contesto, il mercato – vale a dire la sostenibilità di un’offerta che incontri una vera domanda di lettura dei giornali – non viene inteso come rimedio ai mali del passato o come unica misura dei valori sociali, ma nemmeno come il grande nemico da combattere. Restiamo ancorati all’idea che se il mercato genera storture e carenze, è giusto che il pubblico intervenga.
Questa legge nasce proprio da questa logica: esistono realtà del Paese in cui da sola una cooperativa di giornalisti, una realtà imprenditoriale, una realtà no profit, non ce la fa. C'è quindi il rischio che in quella realtà del Paese scompaia una voce o ne resti una sola: per questo ha senso un intervento secondo criteri molto ben definiti da parte del pubblico, per tenere viva quella voce o accesa la pluralità delle voci. L'intervento poi si sposta a tutto il resto della filiera del settore e pertanto riguarda anche la rete di distribuzione: i distributori, le edicole, i punti vendita. Infatti, se noi lavoriamo per tenere vive delle testate, per fare in modo che esistano, se noi lavoriamo perché ci siano dei giornalisti – magari ed in particolare dei giovani giornalisti – che scrivano dei pezzi, dobbiamo poi fare in modo che quello che loro scrivono effettivamente qualcuno lo pubblichi, lo stampi, qualcuno lo porti in un'edicola e qualcuno lo venda. C’è un processo articolato di intervento in questo settore a cui abbiamo prestato particolare attenzione, pensando a degli interventi che accompagnino le trasformazioni in corso e mitighino gli effetti negativi di queste trasformazioni.
C’è poi un intervento importante che riguarda il settore dei giornalisti in maniera più complessiva. In particolare, si tratta di una revisione Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti secondo un principio di razionalizzazione delle competenze e anche del numero dei componenti, non tanto per una battaglia di principio relativamente ai costi che certi numeri comportano, che pur non sono irrilevanti, ma perché si possa far crescere l'autorevolezza, il rilievo e l’efficacia di quel luogo in una logica di accompagnamento del cambiamento, di guida del cambiamento, nel senso di avere la capacità di affrontare i tempi in cui viviamo con strumenti che siano adeguati a quei tempi.

Si interviene anche sul tema dei prepensionamenti di questo settore con un criterio di razionalità, che dice che laddove c’è bisogno di un intervento pubblico e, quindi, di risorse che sono di tutti, ci deve essere poi, però, un rigore, ci deve essere un accompagnamento verso una condizione più simile a quella di tutti i lavoratori, ci deve essere la certezza che se qualcuno è stato accompagnato fuori dal mondo del lavoro ed è andato in prepensionamento non ritorni poi, qualche giorno dopo, a lavorare per lo stesso giornale in altra forma. Questo sarebbe iniquo e sbagliato.

La legge approvata dalla Camera è arrivata in Aula dopo un lavoro approfondito di mesi della Commissione Cultura e di tutti i gruppi parlamentari negli ultimi mesi, in un clima molto positivo che ha permesso a tutte le forze politiche, ovviamente ognuna partendo da impostazioni anche molto differenti, di dare il proprio contributo a questa proposta di legge, raccogliendo da più parti un sentire comune. Sarebbe preoccupante, del resto, se così non fosse nei confronti del pluralismo dell’informazione, anche se ognuno naturalmente individua poi, almeno in parte, modi di intervento differenti.

C’è il tema delle deleghe contenute in questa proposta di legge. In questo settore le deleghe al Governo hanno una funzione particolare per un motivo molto semplice: perché si tratta di dare alla norma quel valore universale che merita e, però, permetterle di misurarsi con la concretezza delle situazioni che, via via, si trasformano. Pertanto, se noi possiamo definire molto bene i principi a cui vogliamo arrivare, via via che questi principi ricadono nella realtà e nella quotidianità, ci sono anche delle trasformazioni nel settore che devono permettere, con i decreti attuativi che possono cambiare di anno in anno di poter via via introdurre dei correttivi se necessari. Ogni volta che cambiano i decreti attuativi, la legge prevede un passaggio nelle Commissioni parlamentari. Il Parlamento quindi dà un indirizzo puntuale; il decreto attuativo prova a concretizzare quell'indirizzo; se il risultato, se l'esito di questa concretizzazione non corrisponde all'indirizzo, c’è lo spazio e c’è la possibilità di intervenire e di correggere il decreto attuativo. Una modalità di legiferare che lega universale e particolare e dà alla norma la capacità di adattarsi, essere flessibile, accompagnare i cambiamenti in atto. Ma, proprio perché questa è la logica, si è cercato, nel lavoro di Commissione, di rafforzare il dettaglio.

Abbiamo infine raccolto le osservazioni delle diverse Commissioni, altri accoglimenti li faremo nel lavoro d’Aula. In particolare abbiamo rafforzato l'attenzione verso i lavoratori di questo settore e le norme che garantiscano che chiunque voglia accedere a un contributo pubblico debba, in maniera rigorosa e chiara, non solo formalmente, ma sostanzialmente rispondere a tutti gli obblighi contrattuali che ha nei confronti dei propri lavoratori, abbiamo rafforzato il tema della trasparenza di tutti i proventi economici delle diverse testate, le norme sulla rete della distribuzione.

Sono stati accorpati due differenti testi; si è fatto un lavoro forte di unione dei due testi; in Commissione sono stati recepiti molti emendamenti; oggi ne sono stati presentati altri; anche a questi emendamenti guarderemo con attenzione al merito e vedremo di recepirne il numero maggiore possibile.

Ci sono in questa materia molte questioni condivise, altre che dividono. Solo non raccontiamo cose che non esistono. Non esistono amici o nemici, del Governo o di questa o quella forza politica da sostenere o combattere ma la necessità di intervenire in un settore cruciale per il Paese e farlo con il rigore massimo possibile, perché, quando si parla di contribuzione pubblica e quando si parla di risorse di tutti, bisogna essere sempre davvero rigorosi e trasparenti.

Dobbiamo provare a dare risposta con queste norme ad una domanda che ci siamo fatti in tutti questi mesi: l’informazione è un prodotto come molti altri? Per cui, laddove c’è mercato, bene, laddove non c’è mercato, fa nulla, ci sarà un prodotto in meno da vendere? Noi diciamo che non è così. Questo è un settore che vede insieme un prodotto e un servizio. E si tratta di un servizio essenziale, cruciale e primario. Il diritto alla conoscenza è un diritto primario dell'uomo, è un diritto fondamentale che distingue una democrazia. Qualcuno ha chiesto: voi pensate, con questa legge, di migliorare la condizione dell’informazione in Italia, così come viene rilevata dagli studi e dalle statistiche? Noi abbiamo anche questa ambizione. Magari la miglioreremo solo di poco, però noi abbiamo l'ambizione di procedere passo dopo passo e di procedere, però, passo dopo passo nella giusta direzione.

CULTURA E DEMOCRAZIA, CULTURA È DEMOCRAZIA

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L'inversione di tendenza è iniziata. Come renderla strutturale?


Certificato, numeri alla mano, che un’inversione di tendenza netta sulle risorse destinate dallo Stato alla Cultura c'è stato e che ci sono più risorse, la prima domanda da farsi è: era facile che succedesse?
Era facile perché era incredibile il taglio che c’era stato prima, quindi rispetto alla situazione precedente invertire la tendenza e aggiungere risorse era matematicamente facile.
Ma era difficile perché le risorse sono state tagliate in un momento di crescita di bilancio, adesso vengono aggiunte in un momento di tagli.
Siamo quindi di fronte a una scelta politica chiara.
C’è un’inversione di tendenza, ci sono più risorse, ma non sono ancora stabilizzate.
Non è una situazione specifica che riguarda questo settore e dietro questo non c’è una volontà politica, ma è sicuramente uno dei temi su cui bisogna intervenire.
L’alleanza che dobbiamo realizzare noi oggi è che l'occasione legislativa di un testo unico per lo spettacolo dal vivo diventi occasione di un dibattito politico, un dibattito dove i cittadini - e i cittadini interessati in particolare - si riappropriano della titolarità rispetto alla discussione sul ruolo della cultura. Perché questo è il nodo: la cultura è ancora troppo marginale nel dibattito pubblico di questo Paese. E’ marginale in termini assoluti ed è marginale rispetto alla rilevanza che a mio parere dovrebbe avere. La cultura è il punto di partenza di una democrazia perché non esiste una democrazia senza cultura. La democrazia è l’utopia che ogni cittadino possa scegliere i suoi rappresentanti. Se uno non ha gli strumenti culturali, non li può scegliere i suoi rappresentanti. E quindi il motivo vero per cui si fa cultura, prima di tutto il resto, non è per stare bene, per intrattenersi, per passare del tempo bello, per fare delle cose interessanti, il motivo vero fondamentale e originale è la democrazia. Il teatro in Grecia era uno strumento di democrazia e la democrazia nasce lì nello stesso luogo dove nasce il teatro. Nell’ordine dei fattori, la cultura è troppo poco rilevante rispetto a quello che dovrebbe essere nel dibattito pubblico, dentro la cultura lo spettacolo dal vivo è troppo poco rilevante e c’è in Italia un peso eccessivo di attenzione anche economica su tutto quello che è il patrimonio. Dentro le attività culturali, lo spettacolo dal vivo è meno rilevante di altri, e dentro lo spettacolo dal vivo il teatro arriva per ultimo. Perché quando uno parla di spettacolo dal vivo e ne parla come ha fatto ad esempio, con grande merito, il Comune di Milano con lo sportello unico, che è un passo avanti fondamentale rispetto ad alcuni degli obiettivi che c’eravamo dati, ha in mente la musica e i concerti, non ha in mente il teatro.
Il teatro non ce l’ha quasi mai in mente nessuno.
Mi piacerebbe poi discutere del valore della discrezionalità nella cultura. Perché questo è un tempo in cui ci siamo tutti innamorati troppo dell’oggettività, ma l’oggettività ha tanti difetti in generale e nella cultura ne ha tantissimi. Io credo che se ci fosse qui Paolo Grassi e gli dicessimo che dobbiamo misurare tutto con dei criteri oggettivi, ce le direbbe dietro perché nella cultura ci vuole anche una componente forte di discrezionalità e di responsabilità rispetto alle scelte discrezionali. Per cui se quando ho fatto l’assessore alle politiche culturali ho fatto delle cose sbagliate, i miei cittadini lo devono sapere, devono giudicarmi e devono cacciarmi via. Ma io devo essere responsabile. Non posso dire: ho fatto l’assessore, abbiamo finanziato alcune cose ma non l’ho deciso io, l’hanno deciso i tecnici o i parametri. E in questo senso il valore della politica per la cultura è fondamentale. Perché i tecnici bravi e competenti in questo settore ci vogliono, ma devono fare i tecnici, che è una cosa fondamentale che arriva subito dopo. Ma c’è un punto di responsabilità che o se lo prende la politica mettendoci la faccia e dicendo "per me questo è importante e questo no", oppure non si risolve il problema.
In un momento di straordinaria sfiducia nella politica - comprensibile, motivata e con mille ragioni e con mille responsabilità della politica - se crediamo tutti che la cultura sia prioritaria, dobbiamo creare le condizioni perché abbia il peso che le spetta nel dibattito politico.
Vanno rimessi in ordine i fattori per cui è importante la cultura. Il secondo è quello economico, perché è vero che gli investimenti culturali sono fondamentali per una crescita anche economica per far ripartire il Paese anche sul piano economico e perché la cultura non è nemica dell’economia ma anzi ne è amica.
Ma non è questo il motivo principale, il principale è di natura civile: l’investimento culturale è qualcosa che interviene nelle menti è ha una serie di ricadute positive su tutto il resto. Se io devo dire qual è la priorità delle politiche sociali, io dico che è la cultura. Perché se ho delle persone che hanno strumenti culturali capiscono l’importanza di occuparsi di chi ha più bisogno. Altrimenti ho un approccio alle politiche sociali di natura tecnicista. Se devo dire qual è la priorità delle politiche ambientali, dico che è la cultura perché la comprensione del valore di quello che ci circonda viene data dagli elementi culturali. Lo stesso vale per le politiche dell'innovazione. In questo senso è necessario cambiare la tendenza prioritaria del Paese. Cioè fare in modo che la percezione diffusa sia quella di mettere più risorse sulla cultura. Cioè dobbiamo lavorare, giustamente, sui rappresentanti, ma noi dobbiamo rappresentare i rappresentati quindi è su di loro che dobbiamo lavorare.
Io penso che a teatro di debbano andare tutti e che noi ci dobbiamo porre il problema di come fare perché ci vadano tutti.
Dobbiamo invertire il meccanismo altrimenti avremo delle persone generose, appassionate, illuminate, che difendono un principio, che sostengono la cultura per loro convinzione, ma non ci baseremo su quello che deve essere veramente una democrazia e cioè che le scelte hanno dietro la forza e la convinzione almeno della parte maggioritaria delle persone.

Solo il multiculturalismo ci salverà

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La sera del 13 novembre a Parigi 132 vite sono state spezzate, spente, per sempre dalla violenza omicida di un gruppo di terroristi.

Più che in ogni episodio precedente quello che ha colpito ognuno di noi è l'assoluta casualità degli obiettivi colpiti. Non luoghi simbolici. Nemmeno snodi cruciali, come in passato.

Quelle donne e quegli uomini, quei ragazzi e quelle ragazze, trucidati in una sera d'autunno a Parigi siamo noi, ognuno di noi.
Per questo sarebbe folle dire che non abbiamo paura.

Ma dopo due settimane dai fatti di Parigi, si iniziano a distinguere le diverse strategie per reagire alla paura che ci pervade.

Ci sono risposte concrete, pratiche. Che passano dalla legge antiterrorismo che abbiamo votato nella primavera scorsa e che è quella che ha permesso, tra l'altro, di controllare, monitorare anche nelle loro azioni in rete ed espellere se necessario quei soggetti pericolosi prima che diventassero una concreta minaccia.

Ci sono le risorse, crescenti, per la sicurezza, le forze dell'ordine. E insieme a queste però quelle per la cultura, per gli interventi sociali.

Ed è proprio a partire da qui che si delinea una strategia che individua nel disagio, nella perdita di senso, di speranza, nella mancata integrazione, nell'abbandono, nella povertà, economica ma anche e forse di più culturale e civile, le cause e i sintomi che rendono alcuni giovani ragazzi e ragazze preda degli artefici del terrore, di individui senza scrupoli che per conquistare il potere nel loro territorio sono pronti a tutto, a convincere con l'inganno giovani europei ad uccidere altri giovani europei in una sera di venerdì.

Lo ha detto Papa Bergoglio nel suo viaggio in Africa, il terrorismo nasce dalla povertà, il desiderio di potere, la violenza assassina viene nascosta sotto l'insegna di una religione. Ma uccidere in nome di Dio è bestemmia. Lo stesso Bergoglio che aveva parlato, profeticamente, di una terza guerra mondiale diffusa.

In questi giorni in molti hanno raccontato di una presunta debolezza identitaria che ci renderebbe fragili di fronte a questi fanatici macellai. C'è una campagna culturale che prosegue da anni per spingerci in questa direzione.

Spero si riesca a capire invece che l'idea di una differenza insormontabile, di un "noi" e un "loro", priva peraltro di alcun fondamento storico e culturale, è esattamente quella che sta alla base dell'ideologia che arma giovani assassini cresciuti nelle nostre disagiate periferie a cui è stata raccontata un'identità di purezza fatta di odio per chi sarebbe altro da loro.

Non è così. Le nostre storie individuali e nazionali sono storie di incontri, di commistioni. Siamo identità in trasformazione. Siamo mischiati tutti insieme. Lo stato nazionale, l'identità di religione, lingua e altare è un'invenzione recente che ha iniziato subito a produrre morti e lutti e continua a farlo tuttora.

A noi serve invece rafforzare la percezione del nostro essere mischiati, non indefiniti ma plurali. Più si capirà che non esiste un noi e un loro e meno potranno insegnare a "loro" che devono uccidere "noi" visto che noi siamo loro.

Quel venerdì sera, tornando da Roma, arrivato ho incontrato tre amiche. Tre donne di tre generazioni diverse. Una nonna, una mamma e una nipote, una bimba di 10 anni. Andavano a prendere il treno notturno per Parigi.

Ho raccontato a questa bimba la meraviglia che l'aspettava. La mia prima Parigi di bambino di 8 anni. La mousse au chocolat alla tour Eiffel. Le ho raccontato un sogno che di li a poco avrebbe vissuto. Ho riportato la mia mente a Parigi e un attimo sono stato trasportato, di forza, come tutti noi, a Parigi dalla violenza brutale dei terroristi.

Cosa avrà saputo quella bambina? Cosa avrà pensato?
Ma soprattutto: noi che mondo le vogliamo raccontare?

Dobbiamo trovare la forza morale e culturale di coltivare quel sogno.
Tornerà a Parigi. Mangerà la mousse alla tour Eiffel.

Nella storia dell'uomo molte volte la violenza sembrava dominare ogni spazio, anche quello delle nostre menti. Ogni volta è stata una violenza nuova. Più impensabile. Più cruenta. Più inumana. Ma l'umanità ha prevalso.

La Memoria ci può dare la forza. E la carenza di conoscenza e di memoria ci getta nello sgomento. Ci impedisce di ricordare nel buio la strada per arrivare all'interruttore ed accendere la luce. Ma lo faremo. Ce la faremo.

Lo dobbiamo a quella bambina. Lo dobbiamo a chi è morto in una dolce sera d'autunno a Parigi. Pensiamoci quando scriviamo, quando parliamo, quando pensiamo a cosa fare. Non è buonismo. È umanesimo.

Dobbiamo lavorare sull'odio che è in ognuno di noi. L'odio è un richiamo facile. È facile unire le persone contro qualcosa e contro qualcuno. È facile individuare il nemico, alzare il dito indice, accusare. È difficile costruire, tendere la mano.

Su tutti una insuperabile lezione ce l'hanno consegnata i genitori di Valeria Solesin, trasformando così il loro immenso dolore in un gesto di straordinaria civiltà, in un dono prezioso che ci impegna. Ognuno è ciascuno.

Abbiamo imparato che le strutture rigide non resistono agli urti, si spezzano, crollano e spesso feriscono e uccidono con le loro macerie. Mentre sono le strutture elastiche, flessibili, permeabili che resistono.

Costruiamo ponti invece di muri, e guardiamo al nostro passato, al meticciato che è in ognuno di noi, perché lì alberga il nostro futuro.

L'Expo e l'Italia: lavoriamo ad un Paese più simile a quello che abbiamo visto ad Expo.

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Sulla vicenda di Expo si è vista la differenza tra chi di fronte ad un problema lo ingigantisce, cerca di raccogliere un facile consenso contro, quasi si frega le mani perché le cose vanno male e chi guardando in faccia la realtà prova a rimboccarsi le maniche e a risolverlo.
Dietro a questo c'è un'idea di mondo, un'idea di Politica e un'idea di umanità, di comunità, di stare insieme per vincere le sfide non uno contro l'altro ma facendo sistema.
Quello che più mi ha colpito dei momenti (pochi) che sono riuscito a dedicargli sono state le persone. Di ogni età ed estrazione sociale. Incuriosite, emozionate, desiderose di assaggiare il mondo.
Spesso siamo molto provinciali. Lo è la nostra politica, la nostra impresa, il nostro sistema dell'informazione. Expo ci ha offerto l'occasione di guardare il mondo. Anche in modo semplice. Non solo osservando architetture affascinanti o soluzioni di comunicazione, non solo scoprendo Paesi e modelli di sviluppo soprattutto in campo alimentare, agricolo e ambientale (che pur non sono mancati) ma anche semplicemente in un cibo, in una bibita, in un oggetto di artigianato.
C'è ancora tanta differenza nel mondo. Ed è una differenza preziosa da tutelare.
Tra i volti, gli sguardi, che sono stati l'aspetto più bello di Expo, uno spazio particolare hanno senza dubbio le scuole, una presenza numericamente straordinaria e che valeva davvero la pena osservare.
Qualcuno ci ha ricordato recentemente che "I bambini sanno" ... Farsi raccontare da loro Expo spiega molto meglio il senso di un progetto che è forse più di tutto un momento di educazione informale ...
Expo è stata però anche molto altro. L'occasione per la visita in Italia di quasi tutti i grandi del mondo, un'occasione di politica internazionale di cui troppo spesso sottovalutiamo l'importanza. 
E poi c'è la Carta di Milano: riflessioni, progetti e azioni concrete per ripensare in nostro modo di vivere il pianeta, intervenire sui disequilibri e le disuguaglianze, raggiungere l'obiettivo "fame zero"' ripensare il modello di sviluppo.
A chi dice che si è trattato di una grande fiera, al netto di tutto quanto sopra, chiedo: da quando siamo diventati così snob da non ricordare che le fiere sono un pezzo della nostra storia? Sono aggregazione, scambio, sono il momento di presentare e scoprire l'innovazione .... E quindi ben venga la Fiera del Mondo, in cui guardare un po' oltre i nostri pregiudizi, i nostri stereotipi, i nostri stretti confini ... soprattutto mentali ....

Tra paure e speranze

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Credo che il filo conduttore di tante vicende locali e nazionali di questi mesi e di questi anni si possa trovare nel nodo che lega le paure alle speranze.

Un nodo che è presente in ognuno di noi quando guardiamo al futuro, quando affrontiamo un cambiamento, quando un'incognita entra nella nostra vita.

In questa epoca ricca di cambiamenti, nel mondo del lavoro, negli stili di vita, in un mondo sempre più piccolo che in cui le sofferenze degli uomini e delle donne delle tante aree colpite dalle guerre ci bussano fisicamente alle porte e interrogano con la loro indigenza la nostra opulenza. È così nel campo delle scelte di vita, culturali, di genere, nel modo in cui stare con gli altri. 

Le paure hanno tanti fondamenti. Il principale è culturale. E riguarda la difficoltà di comprendere la complessità, la mancanza di strumenti per concepire il diverso, la differenza. Quando questo si associa alle difficoltà economiche, alle incertezze sul proprio futuro e su quello delle persone care la paura si rafforza e spesso si trasforma in rabbia.

A queste paure la politica può rispondere soffiando sul fuoco, cavalcandole in cerca di un facile consenso, colti van do un'idea populista della rappresentanza che si fonda sull'essere megafono, portavoce, gridare più forte quello che le persone, spesso più deboli, sentono nel loro cuore.

Oppure può provare a dare speranza, rassicurazioni, proporre vie di uscita. E rispondere alle paure da un lato con azioni concrete e dall'altro con investimenti culturali, la vera chiave di ogni risposta di futuro.

La Politica ha il dovere di scegliere la seconda strada. Ogni giorno, passo dopo passo, non negare i problemi ma praticare, costruire, inventare le soluzioni.

Sei libri, sei film, sei canzoni, sei scelte per conoscerci meglio.

  • verita-e-metodo
    Verità e metodo
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    Il piccolo principe
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    Il nome della rosa
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    Il gioco degli specchi
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    Sherlock Holmes
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    Imperium
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    L'attimo fuggente
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    2001 odissea nello spazio
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    Match point
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    The dreamers
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    Il mio nome è nessuno
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    Giodano Bruno
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    Up patriots to arms
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    Dentro agli occhi
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    Rumore di niente
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    Rome wasn't built in a day
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    Message in a bottle