L'eterno ritorno del secolo breve

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Quando si definì il Novecento "secolo breve", schiacciato tra la violenza di due guerre mondiali e dei totalitarismi, la fine del sistema dei blocchi e la tragedia immane del nazismo e dell'olocausto, probabilmente non si pensava che "la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa". E qualche volta la farsa è persino peggio della tragedia, quando addirittura non la include.

Pensavamo di aver imparato qualche cosa da questo terribile Novecento, e di aver messo del fieno in cascina per l'inverno, per affrontare nuove sfide, magari anche nuovi sbagli, ma di certo non di ripetere quelli precedenti.

Guardiamo invece allo scenario che abbiamo davanti e alle discussioni che ogni giorno dobbiamo affrontare.

Discutere se sia giusto o sbagliato accogliere donne e bambini che fuggono dalla fame e dalla guerra, condividere con loro un tetto, dividere quel poco o quel tanto che abbiamo.

Come è possibile discutere che cosa debba essere la scuola e del fatto che tutti i bambini debbano sedere alla che stessa tavola a dividere lo stesso pane, ed invece trovarci a combattere contro chi rivendica il diritto di che chi ha di più abbia di più e chi ha di meno abbia di meno, persino nel luogo, la scuola appunto, che dovrebbe per primo costruire non omologazione, non un'uguaglianza schiacciante, ma emancipazione, la possibilità di superare le differenze.

Ed ancora la polemica sui cosiddetti costi della politica, che non è altro se non un ulteriore capitolo dello screditamento della politica, spesso anche fornendo dati falsi, per togliere forza a chi fa politica, a tutto vantaggio dei poteri economici. Aizzare la violenza degli sfruttati e degli oppressi contro i loro rappresentanti invece che contro i loro oppressori.

Cosa ci siamo dimenticati?
Ci siamo dimenticati della lotta dei nostri nonni.
Ci siamo dimenticati delle conquiste che sono costate la vita, sudore e sangue.
Ci siamo dimenticati di quei vecchietti che in Novecento di Bertolucci morivano nel fuoco della Casa del Popolo, colpiti dalla violenza di quelle squadracce che oggi si aggirano uguali nel Web.

Il movimento fascista, popolare e populista, nato per spazzare via la corruzione nel nome di una nuova purezza, si riaffacciò nella neonata Repubblica sotto l'insegna dell'Uomo Qualunque. Sopravvissuto sotto traccia è riemerso in salsa padana forte della crisi del sistema politico e oggi riaffiora, si eleva tronfio e vigoroso sotto nuove insegne, pelle di un vecchio serpente appena uscito dall'uovo, come le teste dell'Idra prende molte forme, tutte accomunate dall'idea che l'altro sia un nemico da battere a cancellare.

Abbiamo gettato alle ortiche la fatica fatta da chi la democrazia se l'è conquistata, non solo e non tanto come diritto al voto, ma soprattutto come capacità di considerare con dignità le opinioni diverse, come rispetto per chi la pensa diversamente da noi, come capacità di trovare ciò che di buono c'è nell'altro.

Non c'è futuro senza memoria, e chi è senza memoria di solito, purtroppo, scaglia la prima pietra

É questa, la sostanza, il Senso, il perché della Politica.

Decidere è un dovere

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Il 4 di dicembre saremo chiamati ad un voto di conferma o meno della riforma costituzionale approvata dal Parlamento.

Ho grande rispetto per tutte le posizioni, a condizione però che chi le sostiene lo faccia entrando nel merito della proposta di riforma e non invece, come purtroppo accade, le utilizzi in modo strumentale per ragioni di parte, contro il Governo o contro questo o quel personaggio politico.

La riforma ora sottoposta al voto dei cittadini ha come centro il superamento del bicameralismo paritario.

Il suo obiettivo è mettere questo Paese in condizione di affrontare e risolvere i problemi, e non solo di discuterne.

Per come sono composti oggi la Camera e il Senato, eletti con modalità diverse e da una base elettorale differente, come previsto dalla seconda parte della Costituzione, ma entrambi titolari dello stesso potere legislativo, diventa matematico che si creino maggioranze diverse e variabili e che molti temi non vengano mai affrontati o subiscano estenuanti mediazioni, spesso al ribasso, che si ripetano governi con maggioranze composite, risicate, forzate impossibilitati a decidere su alcuni temi e deboli.

Questo lo riconoscono praticamente tutti, compresi molti tra coloro che sostengono il NO. Che però rimandano a una riforma futuribile, che non si è realizzata in passato e non c'è ragione perché possa realizzarsi in futuro, a maggior ragione se dal Paese venisse uno stop alle modifiche proposte.

Il tempo per provare a concretizzare questo obiettivo è questo. Per questo è stata necessaria una riforma della seconda parte, secondo le regole previste dalla Costituzione stessa, ed è importante che chi si riconosce in quella necessità la sostenga votando SI.

La democrazia funziona se è in grado di rispondere in tempi utili. Il Parlamento deve essere nella condizione di dover decidere.

Decidere non è un privilegio del politico, del parlamentare, è un suo dovere, perché la democrazia si basa sulla rappresentanza, ma anche sulla capacità di risolvere i problemi da parte del rappresentante. E sulla possibilità per il cittadino di valutare se il suo rappresentante ha fatto bene o meno.

Oggi va un po’ troppo di moda la cultura del megafono, la politica come pura denuncia dei problemi, come amplificazione della protesta.

Io penso che chi sta nelle istituzioni debba ascoltare la voce dei cittadini, ma non fare il megafono. Ascoltare e soprattutto risolvere i problemi, trovare soluzioni, inventarsi anche modi nuovi per risolverli. Se no è del tutto inutile.

Il fatto che ad ogni elezione ci siano tanti cittadini in meno che vanno a votare, ci dice che i cittadini pensano che la democrazia è inutile: questo è il tema che noi dobbiamo affrontare.

Se i cittadini sceglieranno di dire SI avremo dimostrato che un processo riformatore in questo Paese può iniziare, avere un percorso e arrivare a una conclusione - e questo è un fatto che dà dignità alla politica - e avere finalmente gli strumenti per essere più capaci di dare le risposte necessarie.

Non è in discussione il fatto di rafforzare un partito, una leadership o un governo, non si vota per quello. Si tratta di ridare alla politica la sua funzione e la sua dignità.

Democrazia è riconoscere le ragioni dell'altro

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Può sembrare un dettaglio ma è inquietante che, su fronti opposti, nell'ultima campagna elettorale si siano giudicati due grandi artisti non in base alla loro arte, che può piacere o meno, ma in base al fatto che abbiano preso delle posizioni più o meno condivise a sostegno del proprio o di un altro schieramento. E chi scopre che un artista non è d'accordo con lui allora inizia ad insultarlo, a dargli del venduto, a denigrare la sua arte.

È pericoloso. È il seme della violenza che inizia dalla concezione dell'altro. Dall'idea di annullare l'altro. Poi finisce che qualcun l'altro lo annulla davvero.

La Politica avrebbe bisogno di recuperare un rispetto per l'altro, il confronto.

Esistono programmi, idee, valori contrapposti. Una visione diversa, alternativa della città, del Paese.

L'idea che da una parte esistano i buoni e dall'altra i cattivi, da una parte i capaci ed dall'altra gli incapaci, da una parte gli onesti e dall'altra i delinquenti è pericolosa, violenta.

Anche per questo serve riscoprire la differenza tra destra e sinistra, che esiste, non è superata.

Chi dice che non esistono più la destra e la sinistra pensa che da un lato ci stanno i buoni dell'altra i cattivi da eliminare. Un'idea fondamentalmente fanatica, settaria, pericolosa e violenta ...

Le migrazioni, la Sinistra e il senso delle priorità

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Il tema epocale delle migrazioni non è solo una questione nazionale e una clava che le destre utilizzano per acquisire consensi con le paure, in una rincorsa che sposta sempre più l'asse su posizioni xenofobe.

Si tratta di un grande tema identitario, antropologico, sulla concezione dell'uomo, dello Stato, del mondo. Si tratta del cuore pulsante di quello che può essere tanto un nuovo internazionalismo quanto invece una rinascita nazionalista della peggiore specie.

Le grandi narrazioni hanno, negli ultimi due secoli, condizionato gli eventi e invece che subire i processi storici hanno contribuito a determinarli. È quello di cui l'Europa ha bisogno come il pane.

Oggi la sfida è tra chi ritiene di poter governare il cambiamento, gestire le complessità, affrontare la sfida della velocità e della vastità che il mondo contemporaneo impone e di conseguenza guardare in faccia le paure, accoglierle, capirle e lenirle, affrontare e risolverle, e chi invece ritiene di interpretare questa fase in chiave difensiva, alzando i muri della fortezza, costruendo bunker e casematte, indicando nemici da colpire, alimentando l'odio. 

Il rischio che abbiamo corso in Austria, ma anche il fatto che il respiro di sollievo che tutti abbiamo tirato vede comunque la sinistra fuori dai giochi, sono un segnale di allarme chiaro di quanto prioritario debba essere per noi questo tema.

La guerra mondiale a pezzetti è un miscuglio di ingiustizie secolari, aspettative frustrate, violenze, odi, fanatismi seminati nelle diverse periferie del mondo, tanto quelle delle metropoli che quelle delle cartine geografiche, dei continenti. Un mondo diviso in cui migliaia di persone osservano inermi attraverso i canali satellitari pubblicità di cibi gourmet per cani e gatti mentre i loro bambini muoiono di fame.

La sinistra, europea, mondiale, deve affrontare questa sfida. Niente di meno.

La sinistra italiana può, se vuole e se ne è all'altezza, giocare un ruolo cruciale per diverse ragioni.Il tema delle migrazioni, della cittadinanza, di un piano di sviluppo per i paesi del continente africano, una logica di intervento nelle aree di conflitto non basata sulla forza delle armi ma sulla diplomazia e sulla forza della ragione. Questi sono tutti elementi identitari che segnano nettamente il passo culturale, politico, nel governo del nostro Paese.

Siamo al governo del Paese e pur senza un consenso sufficientemente maggioritario per realizzare un governo solo del PD siamo stati e siamo la forza largamente trainante della maggioranza di governo e di gran lunga la prima in tutti gli appuntamenti elettorali. Questo fatto in Europa è una rarità.

Superare la mitologia dell'austerità e aprire l'epoca della flessibilità, per un'Europa degli investimenti, tanto in infrastrutture  materiali e tecnologiche quanto su scuola, istruzione, ricerca e cultura rappresenta uno snodo della politica europea cui il governo italiano ha dato un contributo determinante.

La sfida culturale, la cultura come piattaforma di integrazione, di comprensione, di educazione alla complessità, di diffusione di conoscenze e competenze essenziali per saper affrontare le paure è il grande progetto politico che possiamo offrire ai nostri figli e nipoti.

Siamo al centro del mediterraneo, possiamo esserlo come banchina, ancora di attracco, scialuppa di salvataggio di migliaia di disperati o possiamo svolgere il ruolo di registi e interpreti, di ponte tra le culture, di cerniera tra l'Europa dell'oggi, a nord del mare interno, e l'Europa dell'altra sponda, quella parte di africa e di vicino oriente che è culturalmente, politicamente, storicamente parte dell'Europa.

La sinistra italiana deve scegliere se essere protagonista di questa sfida, o se impegnare le proprie energie in una polemica contingente e in uno sguardo rivolto al passato, se lasciare in questa fase il proprio nome, la propria firma, i propri volti stampati nelle pagine di una sfida storica o in quelle di cronaca dei retroscena politici del giorno dopo.

Popolari o populisti?

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Solo tre generazioni fa, quella dei nostri nonni, i livelli di istruzione e scolarizzazione erano molto molto più bassi. Senza contare i dati sull'accesso ai teatri, ai cinema, ai libri, la diffusione delle biblioteche domestiche o pubbliche. Ma la cultura non è certo solo istruzione. E men che meno erudizione.
La grande differenza, a mio parere, tra quella generazione e la nostra, era la consapevolezza dei propri strumenti, e quindi dei propri limiti. E della fatica necessaria per superarli. Una distanza, uno iato, un baratro la cui consapevolezza non significa necessariamente fermasi, anzi, ma trovare le risorse, fuori e dentro di sé, per andare oltre.
Mi pare che questo sia il punto, e che oggi, insieme a dati per niente rassicuranti sui consumi culturali e sui livelli di scolarizzazione, sorprende, o almeno dovrebbe sorprendere, l'abbondanza di tuttologi che di volta in volta si manifestano, offrendo al mondo, con il contributo decisivo della piazza virtuale, le proprie sentenze sulle questioni internazionali, sui grandi temi della vita e della morte, sulle politiche di sicurezza e legalità. Pare che sia saltato proprio il senso del limite che secondo molti autori è forse il dono più importante che la cultura ci consegna.
Viene alla mente quel passaggio in cui Antonio Gramsci spiega con efficacia e semplicità che se chiedessimo a chiunque di tradurre un brano dal cinese ci prenderebbe per pazzi o addirittura si sentirebbe preso in giro, ma che la stessa persona non avrebbe problemi ad argomentare su temi di cui non ha alcuna nozione in più rispetto alle lingue asiatiche.
Io credo che qui vi sia uno snodo non solo tra una cultura politica progressista e una conservatrice, ma anche tra una cultura popolare ed una elitaria, e, cosa forse più importante, tra una cultura politica popolare ed una populista.
Il conservatore infatti argomenterà che bisogna prendere atto di quella distanza che è un dato strutturale, l'elitario che per questo il popolo deve essere guidato da chi ha gli strumenti per farlo. Cercando così entrambi di fermare i più sull'orlo di quel baratro, ma anche di fatto di lasciarceli.
Il populista, cosa che e avviene ogni giorno, negherà che esita il baratro, incoraggerà ognuno a compiere il salto lasciandolo precipitare rovinosamente.
Compito di una cultura politica popolare e progressista è invece quello di sviluppare la consapevolezza dello iato, della portata del salto, degli strumenti necessari per compierlo, incoraggiando tutti e ciascuno e provando a dare ad ognuno gli strumenti di cui ha bisogno. Si tratta di un compito gravoso di consapevolezza ed emancipazione. Che passa per l'istruzione e per la diffusione della cultura.
E proprio la sfida tra popolari e populisti mi sembra quella che oggi interessa l'Italia, l'Europa, il mondo intero. Non è che dove c'è un agglomerato persone, un sentire diffuso allora là ci sia il popolo. E soprattutto stare con il popolo non significa inseguire qualunque sentimento, anche il più retrivo.
La differenza tra popolari e populisti sta proprio tra chi liscia il pelo al popolo, e chi sta con il popolo, per il popolo e al servizio del popolo a svolgere una funzione utile, che non si limiti a quella del megafono, ma ad individuare soluzioni, ad aprire percorsi, a tracciare sentieri magari fino a quel momento non percorsi. Si tratta, a mio parere, della missione fondamentale di un grande partito popolare e progressista per costruire una democrazia autentica nel tempo della modernità.

Sei libri, sei film, sei canzoni, sei scelte per conoscerci meglio.

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