Fare sintesi per costruire Futuro

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Gli ultimi mesi sono stati impegnativi e hanno chiesto a tutti noi lo sforzo di superare limiti e pregiudizi per provare a guardare avanti.

Fare sintesi, superare i propri limiti, cercare il senso delle motivazioni altrui. È sempre più fuori moda in un tempo dominato dall’individualismo. Ma è sempre più necessario. Ci sono tanti segnali positivi di riscoperta di uno spirito di comunità. E molti vengono proprio dai più giovani. Vanno sostenuti e appoggiati.

Ho provato a mettere le energie e le capacità di cui dispongo al servizio di questi obiettivi, tanto nell’attività di Aula e Commissione al Senato, quanto sul territorio, nell’incontro con le persone, nelle iniziative pubbliche, nel mio impegno internazionale per i diritti umani.

Cultura, ambiente, diritti. Sono le priorità di un mondo sempre più interconnesso. Per questo la libertà e le possibilità di ciascuno, di ogni donna e ogni uomo, di realizzare i propri sogni e di vivere in sicurezza e prosperità si realizzano tanto nel microcosmo del piccolo paese, combattendo contro il dramma della perdita del lavoro, la povertà e l’indigenza, tanto nei Paesi che ci sembrano lontani dove la vita è minacciata dalla violenza del Potere, dai cambiamenti climatici, dalla fame e dallo sfruttamento che spesso incide anche sulle nostre vite.

Nel Partito Democratico il confronto passi dalle persone alle proposte

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Ancora una volta il vento ha soffiato e gonfiato le vele delle Primarie.
Saperlo governare è la grande sfida che spetta a tutto l’equipaggio, e non solo al nocchiero che da domenica sarà ufficialmente al timone della nave del PD.
Ma per non ricadere in errori del passato sarà utile far ripartire subito un lavoro sulla struttura della nave stessa, le sue regole, le sue vele, i porti di rifornimento e la rotta da seguire.

Perché come sappiamo il vento fa il suo giro, ed occorre essere attrezzati per quando cala e per quando prende una direzione pericolosa.
Ed è in quei momenti che contano in particolare i rematori, ed è proprio a quel popolo di militanti, iscritti, che fanno funzionare i circoli e le feste, e anche i seggi delle primarie, occorre guardare con grande attenzione.

Il loro voto è stato in sintonia con il vento che ha soffiato alle Primarie, ma al tempo stesso molto più differenziato e molto meno univoco. È a questo generoso popolo che occorre guardare con più attenzione e a cui occorre dedicare una proposta e un progetto.

Come articolare una proposta politica che tenga insieme la novità della partecipazione nelle diverse forme oggi possibili grazie alle tecnologie eppure con una solidità che garantisca profondità, formazione, selezione delle classi dirigenti è la vera scommessache riguarda tutti, e in particolare le organizzazioni politiche progressiste.
In questo schema la discussione congressuale, che non esiste nel PD poiché le Primarie non sono un congresso, e il confronto tra le diverse piattaforme contenute nelle mozioni dei candidati, che rischiano di essere già archiviate il giorno dopo, se non addirittura il giorno prima, chiamano a gran voce l’apertura di uno spazio reale di ripensamento della forma partito, che valorizzi chi dedica tempo e da’ continuità.

L’innovazione dell’apertura agli elettori che nel tempo si è ulteriormente caratterizzata come apertura alla società tutta è un elemento chiave del PD che viene di volta in volta messa in discussione da chi è travolto dall’onda e mitizzata invece da chi in quella fase l’onda la cavalca.
È sempre più urgente capire come questa innovazione possa incrociare un percorso di partecipazione continuativa.

La crisi della Politica e dei Partiti ha prodotto nel tempo reazioni diverse.
L’innovazione messa in campo alla nascita del PD era tutta basta sull’apertura all’esterno. Oggi con la stessa fantasia e la stessa creatività siamo chiamati ad innovare nella direzione della costruzione di comunità e di profondità.

Sarebbe un errore non tenere conto delle due spinte emerse da questo passaggio e delle differenze anche significative tra un’apertura di credito che riguarda tutti noi, ma che è soprattutto il manifestarsi di una parte del Paese che vuole dirsi diverso e lontano da chi ci governa e dai disvalori che promuove, e il punto di vista della nostra comunità che si dimostra più divisa in meno omogenea nella scelta, e che va coinvolta in un processo che, per costruire unità, crei luoghi veri della discussione di merito che possano rompere gli steccati delle appartenenze e spostare il confronto da quello sulle persone e sui posizionamenti a quello sulle proposte, sulle soluzioni e sulle letture della fase.

Un passaggio decisivo per il PD il cui destino ancora una volta coincide con quello più generale del Paese.

La fase nuova che serve al PD

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In queste settimane si è parlato molto della necessità che il Partito Democratico scelga il suo segretario direttamente nei gazebo (come piace questa immagine) e non in Assemblea dove, si racconta, prevarrebbero le correnti e altre poco nobili realtà (quasi una manina misteriosa). Addirittura sarebbe un pezzo del DNA del Partito ad essere minacciato.

Premesso che il meccanismo di scelta del segretario prevede sin dall’inizio il voto dell’Assemblea, sul modello della scelta del candidato Presidente negli Stati Uniti. Piuttosto è su questo che varrebbe la pena di discutere (la connessione tra segretario e Presidente del Consiglio) considerato che di fatto quella regola è stata sempre aggirata. Discussione questa che si poteva ben realizzare in un’apposita commissione che era stata a questo designata e che è stata mandata in vacca con dichiarazioni alla stampa e alzate di scudi, come ormai da tempo accade su tutto, nello scenario dominante di tifoserie una contro l’altra armata. Questo mi pare il vero e attuale problema del PD, anche esso ben poco nobile e molto più reale delle consorterie misteriose che vengono spesso a sproposito evocate.

Il nodo a mio parere è proprio questo. Ed è un nodo di cultura politica. Che chiamerei il Populismo che è dentro di noi.

Non si può essere alternativa credibile nel Paese se non si è radicalmente diversi rispetto a un pensiero dominante che vede l’altro, quale esso sia, come nemico.

Radicalità che ricordo etimologicamente significa una centralità delle radici.

Questa è la vera sfida rifondatativa del PD, che proprio perché si caratterizza per quell’aggettivo, Democratico, deve mettere al centro l’elemento distintivo, la differenza specifica della democrazia, che non è che la maggioranza “vince” ma che le minoranze hanno spazio, voce in capitolo, rilevanza nel costruire un percorso comune. Il valore della Sintesi.

E questo vale tanto dentro il Partito quanto nel Paese, così come nel mondo.

La vera alternativa è riscoprire l’altro come valore. E quindi abbandonare questo pensiero machista (e maschilista). C’è una concezione del potere come Dominio che va superata. E per prima cosa va superata dentro il PD.

In Politica non si vince. In Politica si raccolgono consensi su un progetto, su idee e valori. Anche fossero l’80% si deve essere interessati alle ragioni contenute nel restante 20%. Non è vero che chi ha la maggioranza ha ragione. Per questo la cultura del 51% è deleteria. È un male del nostro tempo.

Dobbiamo scegliere se ci serve una guida o un capo. Se vogliamo l’uomo forte o le idee forti. E, senza scomodare Gramsci o anche le riflessioni di Berlinguer sul Cile, potremmo fare di questo passaggio congressuale il momento in cui restituire dignità al valore del compromesso e della sintesi.

Il grido unità che da sempre echeggia e che troppi strumentalizzano non è omologazione o pensiero unico ma appunto sintesi, che responsabilizza tutti. Come ha brillantemente scritto qualcuno: imparare a litigare meglio.

Allora ben vengano tante candidature che rendono utile il passaggio tra gli iscritti previsto dallo Statuto e ben vengano tre candidature forti che potrebbero portarci in Assemblea a fare lo sforzo di fare sintesi e a rendere l’Assemblea degna del suo ruolo. Perché chi dice che il valore sta tutto nella scelta tra A e B e nel voto dei gazebo sappia che sta dicendo che iscritti, circoli e l’assemblea stessa non servono a un piffero. E non c’è nulla di più pericoloso in democrazia che ridurre i passaggi elettorali e i luoghi della rappresentanza a pura forma. Una democrazia ridotta ad estetica e a formalismo, come sta avvenendo in grande parte del mondo e purtroppo anche nel nostro Paese, anche e soprattutto nei confronti del Parlamento, ma altrettanto dei Consigli Regionali e Comunali. 

La vera alternativa per il Paese, di cui il PD deve farsi portatore è questa. Una nuova dimensione della Comunità, che è appunto mettere al centro la parte dell’altro che riesco a trovare dentro di me. Da qui deriva anche un’idea inclusiva che combatte l’egoismo e l’individualismo dominante, che emerge se si ragiona di migranti, di pensioni, di investimenti sociali o culturali. Un sovranismo che innalza a valore il concetto di confine, confinando ognuno in se stesso, in categorie strette e immobili. Ma fu proprio dai confini, dai confinati, che nacque il riscatto democratico ed europeista che era per sua stessa natura sconfinato. Questa è la rotta, il sentiero stretto che dobbiamo percorrere. Un’idea di sicurezza che non è individuare un nemico da eliminare ma ritrovare i legami che ti permettono di pensare che fuori dalla porta c’è un aiuto e non una minaccia e per questo è un bene lasciarla aperta. Personalismo e comunità, il meglio delle grandi culture popolari del novecento. Che comportano anche una centralità del rapporto uomo ambiente, una dimensione realmente ecologica e sistemica. Questa la differenza che, siccome riguarda il dentro e il fuori, il come essere comunità e Partito e, insieme, l’idea di società che comporta e che si propone, può rendere il nostro percorso congressuale di qualche interesse e di qualche utilità per il Paese e persino per l’Europa. Diversamente lo ridurremo all’ennesima deriva plebiscitaria, una tendenza da contrastare con ogni mezzo, andando in direzione ostinata e contraria.

È anche per queste ragioni che ho convintamente creduto nell’opportunità della candidatura di Maurizio Martina, al taglio plurale che si è deciso di darle, alla radicale discontinuità di metodo che introduce che diventa una utile e necessaria discontinuità di merito e sono convinto che tanto più sarà condivisa e sostenuta in maniera libera e partecipata tanto più potremo davvero aprire una fase nuova.

 

Roberto Rampi

Senatore PD

ilDubbio 5 Dicembre 2018

Interpretare una nuova fase

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La situazione Politica italiana difficilmente si può capire senza alzare lo sguardo alla condizione di tutte le democrazie storiche, "occidentali".

La crisi profonda della democrazia e della fiducia nella sua capacità di risolvere i problemi dei cittadini è un fenomeno radicato che impatta su tutte le nazioni occidentali: dalle eterne larghe intese tedesche al governo di minoranza spagnolo, al presidente fuori dai blocchi francese, passando per la crisi del bipolarismo inglese e l'uscita dall'Unione Europea, con spinte di rottura interne agli stessi Paesi, e pesanti differenze elettorali tra centro e periferia, tra cittá e campagna, per usare un lessico non scelto a caso. E insieme alla vecchia Europa anche gli Stati Uniti sono coinvolti, con l'elezione di uno sfidante non sostenuto in primis dal suo stesso partito.

Senza scomodare la teoria bioniana dei gruppi la dinamica di innamoramento verso un capo messianico in grado di cambiare tutto e in fretta, seguita inesorabilmente da una fase di frustrazione, senso di tradimento e spirito di vendetta mi pare la dinamica dominante dei processi di massa e dei processi politici del nostro tempo. Ne sono strumenti anche una diffusione capillare, caotica e confusiva delle informazioni, la diffusa convinzione, sostenuta dal sistema commerciale, di una facilità dell'accesso al sapere, della inutilità dei tempi, dei modi, e delle fatiche del confronto e dell'approfondimento. L'espulsione dell'altro come alterità in cui trovare parti di sé.

Un tempo spettacolare tutto esposto verso il fuori, con poco spazio per il dentro, fatto di mille connessioni e profonde solitudini.

Se si vuole provare ad invertire la rotta serve partire da qui, dalla rilettura dei legami personali e sociali, dei luoghi, dei tempi e dei modi dello stare insieme. Guardare alle tante esperienze in controtendenza che segnalano una ricerca di profondità, una disponibilità a dare, ad accogliere, ad incontrare. 

Uscire dalla cronaca e tentare di ritrovarsi in nuove forme di comunità.

È il tempo dei particolarismi e delle oscillazioni

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Il tempo delle oscillazioni, dei particolarismi e dell'assenza della funzione guida, delle Grandi Interpretazioni della Realtà.

A me questo sembra il dato di fondo.

 

Ad ogni tornata democratica in tutto il campo occidentale c'è un elettorato prevalente che prova a scommettere su ciò che sente come nuovo.

 

Ma sulla base di questo meccanismo al ciclo successivo non può che cambiare investimento. Creando un meccanismo ondulatorio di "innamoramento" e delusione permanente.

Come se ne esce? (ammesso che se ne possa e se ne debba uscire - io penso di sì). Con un investimento in quegli strumenti culturali che diano chiavi di interpretazione un po' più di medio periodo. E quindi quella che senza paura chiamerei una nuova funzione dei partiti.

 

Vedo un lato molto positivo e lo racconterei così: in un mondo di tifosi ognuno va sempre allo stadio convinto quando gioca la sua squadra e la sostiene con tutte le energie. Non è un mondo che a me piace molto. Da qualche anno invece mi pare che di volta in volta uno vede un po' chi gioca e valuta se andare a vedersi la partita e per chi tifare.

 

È un mondo più laico, più complesso.

 

Ma poiché la democrazia non è una partita di pallone serve un lavoro nuovo su strutture che diano chiavi interpretative e di senso.

 

È un po' lo storico dibattito sul l'accesso diretto alle fonti, alla Scrittura e sulla funzione della guida e dell'interprete .....

Sei libri, sei film, sei canzoni, sei scelte per conoscerci meglio.

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    Verità e metodo
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    Il piccolo principe
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